Avviso ai naviganti

A causa di vari impegni -personali, lavorativi, di studio, di fuga, di figa/cazzo/entrambe le cose- il blog è fermo da quasi due settimane.

Se tutto va bene, torneremo attivi entro pochi giorni.

Nel frattempo, vi consigliamo di scaricare e condividere gli opuscoli e i libri messi finora, che trovate nella Homepage del sito

Vi lasciamo con questo quadro di Otto Dix, dal titolo “Invalidi di Guerra”, in cui viene rappresentato l’effetto della guerra e del militarismo degli imperialismi nei corpi dei reduci. O anche la massima rappresentazione dell’orrore del capitale e dello Stato.

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Comitato Invisibile – L’insurrezione che viene

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Da qualsiasi angolazione lo si prenda, il presente è senza uscita. Esso non ha più
nemmeno la minore, tra le sue virtù. A coloro che vorrebbero assolutamente sperare,
esso toglie ogni appiglio. Coloro che pretendono di avere delle soluzioni, sono smentiti
nell’arco di un’ora. È cosa risaputa che tutto non può che andare che di male in peggio.
«Il futuro non ha più un avvenire», questa è la consapevolezza di un’epoca che è
arrivata, sotto tutte le sue arie di estrema normalità, al livello di coscienza del primo
movimento punk. La sfera della rappresentazione politica si chiude. Da sinistra a destra
è lo stesso nulla, che qui prende le sembianze di un cane da guardia, lì assume un’aria
innocente, utilizzando gli stessi specchietti per le allodole che cambiano forma del
discorso in base alle ultime rilevazioni dei sondaggi. Quelli che votano ancora, danno
l’impressione di non avere più altro obiettivo che non sia far saltare le urne a forza di
votare, per pura protesta. Si comincia a pensare che sia proprio contro lo stesso voto
che si continua a votare. Nessuna delle alternative che vengono presentate è, nemmeno
lontanamente, all’altezza della situazione. Anche nel suo silenzio, la popolazione sembra
infinitamente più matura di tutte le marionette che litigano per governarla. Qualsiasi
vecchio immigrato maghrebino di Belleville è più saggio in ognuna delle sue frasi, di uno
qualsiasi tra i nostri sedicenti dirigenti con tutte le sue dichiarazioni. Il coperchio della
pentola sociale si chiude a tripla mandata, mentre nel frattempo la pressione non
smette di aumentare. Partito dall’Argentina, lo spettro del Que se vayan todos! comincia
seriamente a infestare le menti della classe dirigente.

(Prefazione dell’edizione francese)

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Camillo Berneri e Armando Borghi – Contro gli intrighi massonici nel campo rivoluzionario


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Estratto dall’opuscolo
Il fatto che la massoneria è stata oggetto di persecuzioni e di violenze da parte dello squadrismo fascista e del governo di Mussolini, è sfruttato dai massoni anti-fascisti, che tendono a far dimenticare l’enorme responsabilità di quell’associazione nei riguardi dell’avvento del fascismo al potere. Se la massoneria non fosse una delle forze direttive di quell’antifascismo “serio e concreto”, che sta preparando la successione conservatrice al fascismo, polarizzando i malcontenti della borghesia, un esame dell’opera della massoneria avrebbe un interesse puramente storico.
Questo esame ha, invece, un valore politico, in quanto può contribuire a chiarire la nostra posizione di fronte all’associazione. Il fenomeno massonico, è nel campo dell’anarchismo italiano del tutto trascurabile. Ma c’è una minoranza di anarchici che, allettata dalla speranza dei “grandi mezzi”, s’è lasciata attrarre nel gioco politico di quell’antifascismo equivoco che sboccò anche nelle legioni bianche e garibaldine, poi nei vari movimenti più o meno clandestini e che ora sta ritessendo le sue reti. La massoneria ha alimentato per 50 anni l’irredentismo, avendo per parola d’ordine: Trento e Trieste. Mentre l’irredentismo repubblicano sfuggiva, in parte, al nazionalismo avendo una tradizione ideologica e fattiva di irredentismo internazionalista, ossia indicando la possibilità della federazione tra le nazioni nella soluzione dei vari irredentismi nazionali, la massoneria circoscriveva il problema dell’integrazione dei confini, mettendosi sullo stesso piano del nazionalismo per il quale Trento e Trieste non erano che una tappa, verso le ulteriori conquiste. [...]

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Iniziativa degli Anarchici contro le Olimpiadi


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Introduzione
Questo opuscolo è stato diffuso ad Atene (Grecia) dall’ “Iniziativa degli Anarchici contro le Olimpiadi” nel Dicembre del 2003 ed è stato tradotto in italiano, in versione quasi integrale, a Roma nel Marzo del 2004. Le pagine che seguono hanno lo scopo di percorrere la storia delle Olimpiadi dall’ antichità ad oggi per abbattere i falsi miti che sono stati creati intorno ad esso…dove il dominio esaltando l’ antico spirito olimpico di una volta affiancato alla squallida pratica del volontariato innalza oracoli di presupposta purezza a suo scapito e vantaggio

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Ricardo Mella – I Martiri di Chicago, ovvero La Tragedia di Chicago

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Presentazione
E’ stato nel 1973 che per la prima volta abbiamo editato, sulla carta, il saggio dello scrittore libertario nato in Spagna, Ricardo Mella, in una collezione chiamata El Roedor. Questa edizione consisteva in cinquecento copie ed eseguite tramite ciclostile.
Poi, nel 1977 siamo ritornati ad editare questo saggio, insieme ad altri due saggi dello storico francese Maurice Dommanget, in un libro della nostra casa editrice, Edizioni Antorcha, con il titolo “1° maggio”: abbiamo avuto una tiratura di tremila copie. Ora, vent’anni dopo, abbiamo fatto questa edizione virtuale.
Il tema dei Martiri di Chicago, sarà sempre presente nella memoria umana, essendo servito come esempio, in seguito, ai movimenti sociali. Non possiamo dimenticare, ad esempio, nel 1968, quando decine di migliaia di giovani hanno partecipato all’imponente manifestazione di silenzio, e lo hanno fatto guidando il corteo con uno striscione sul quale vi erano le parole espresse da August Spies, quando si trovava sulla forca: “Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più potente delle voci che strangolate oggi”.
E dietro queste parole intrise di una tale severa condanna, si potevano sentire i passi delle decine di migliaia di persone che si erano radunate in quella manifestazione.
Ci sono stati coloro che cercano di prendere le distanze dalla data memorabile del 1 ° maggio, da quello che è successo con i cosiddetti Martiri di Chicago. In particolare, ricordiamo che alcuni anni fa, un individuo, che non ricordo il nome, ha cercato di discutere la questione con un noto storico messicano, sostenendo che la tragedia dei Martiri di Chicago e la data memorabile del 1° maggio erano cose completamente diverse. Ovviamente questa persona non aveva l’interesse di indagare su come si svolse il processo dei Martiri di Chicago. Se lo avesse fatto, poteva notare che i pubblici ministeri che accusavano i Martiri di Chicago, era tutta una faccenda sviluppata nell’ambito di un complotto ideato dalla sezione americana dell’Internazionale, che aveva lo stesso piano per avviare una ribellione diffusa proprio il 1° maggio 1886, tuttavia, per motivi sconosciuti la data è stata modificata al 4 maggio, giorno della celebrazione delle manifestazioni ad Haymarket.
Naturalmente, tutto ciò che l’accusa aveva sostenuto, non era stato altro che un’invenzione; tuttavia, è proprio da quel invenzione che divenne il 1° Maggio la data simbolica in ricordo dei Martiri di Chicago.
È auspicabile, e questo è ovviamente il nostro interesse, che questo saggio di Ricardo Mella venga letto con la cura e l’attenzione che merita, in quanto sono presenti una grande quantità di informazioni, da cui possano essere estratti tutti gli aspetti positivi.
Chantal Lopez e Omar Cortes

Note del traduttore
L’opuscolo è salvato in formato .doc, .pdf e .odf, mentre le biografie dei martiri di Chicago sono salvate in pdf

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Jonathan Swift – Una modesta proposta

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Da Wikipedia
L’autore, nel ruolo di un personaggio, suggerisce attraverso motivazioni economiche ed un convinto moralismo, di trasformare il problema della sovrappopolazione tra i cattolici irlandesi nella sua stessa soluzione. La proposta dell’autore consiste nell’ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. I figli dei poveri potrebbero essere venduti in un mercato della carne all’età di un anno per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione. Così facendo si risparmierebbe alle famiglie il costo del nutrimento dei figli fornendole di una piccola entrata aggiuntiva, si migliorerebbe l’alimentazione dei più ricchi e si contribuirebbe al benessere economico dell’intera nazione. L’autore offre un supporto statistico per le sue asserzioni e fornisce dati specifici sul numero di bambini da vendere, il loro peso, il prezzo ed i possibili modi di consumazione. L’autore suggerisce alcune ricette per preparare questo «delizioso» tipo di carne ed è sicuro che questa cucina innovativa darà spunto per ulteriori piatti. Anticipa, inoltre, che le pratiche di vendita e di consumo di bambini avranno positivi effetti sulla moralità familiare: i mariti tratteranno le loro mogli con più rispetto ed i genitori valuteranno i loro bambini in modi finora sconosciuti. La sua conclusione è che l’implementazione di questo progetto aiuterà a risolvere i problemi complessi dell’Irlanda in materia sociale, politica ed economica più di ogni altra misura finora proposta. Quest’opera è ritenuta il più grande esempio di ironia nella storia della letteratura inglese.
Nella versione italiana, edita da Rizzoli, questo racconto è messo in una raccolta dal titolo “Una modesta proposta e altre satire”

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Bruno Filippi – Scritti Postumi

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Dall’Introduzione
A Milano, la sera del 7 Settembre 1919, verso le ore 21, mentre la Galleria V. E., il Caffè Biffi e tutti gli altri ritrovi rigurgitavano oscenamente della solita «gente onesta» composta da puttane d’alto rango, ruffiani e simili pesci-canaglia, un giovane dimessamente vestito saliva le scale del palazzo ove ha sede il «Club del Nobili» recando un involto. Improvvisamente una spaventevole esplosione gettava lo scompiglio e il terrore fra i tremebondi eroi dell’«andate e noi vi riforniremo». Una bomba – l’involto che il giovane dimessamente vestito portava seco – era incidentalmente esplosa «prima del tempo» riducendo in brandelli colui che la portava e che veniva poi identificato per l’anarchico diciannovenne Bruno Filippi. Noi che lo avemmo come collaboratore assiduo e lo amammo come compagno, inviamo a Colui che ha gettato «gli atomi della 6 propria vita nella ridda urlante della fiamma» il nostro reverente saluto. Da ICONOCLASTA!

La presente pubblicazione comprende la ristampa integrale degli “SCRITTI POSTUMI DI BRUNO FILIPPI” editi a cura della Rivista “ICONOCLASTA” – Pistoia Tipografia F.lli Ciattini 1920 – sotto il titolo “I GRANDI ICONOCLASTI”, un “profilo spirituale a modo di prefazione” scritto da Carlo Molaschi ed una prefazione aggiunta da “I Compilatori” alle “Lettere dal carcere” di B. F. ai propri genitori. Non sappiamo se gli autori di queste prefazioni nutriranno ancora le stesse opinioni che a tale proposito dichiararono di professare in quell’epoca e in quella occasione, ma nel caso contrario, – cosa che non ci auguriamo – facciamo nostre quelle idee e quelle opinioni, perchè tali erano per noi a quel tempo, e tali sono rimaste, senza tema di essere tacciati di “appropriazione indebita” per velleità polemica….. Se è vero che all’indomani del “gesto improduttivo” compiuto dal nostro indimenticabile compagno, tanto giovane di anni, ma già anziano e maturato dall’esperienza della cruda realtà, la stampa “onesta” ricoprì di calunnie e di fango quella Grande Anima inquieta e insofferente di tutte le brutture della guerra appena conclusa e di quelle di cui già se ne tesseva la trama in uno di quegli ambienti ove si verificò quell’azione, che se pure rimasta “incompiuta” fu un indice sicuro dei focolai di incubazione del cancro fascista che preventivamente sarebbe stato necessario estirpare alle radici, e senza pietà, anche nel campo anarchico vi furono voci “cospicue” troppo cristianeggianti che deprecarono quel “gesto” come manifestazione di un folle traviato dalla lettura di libri “mal digeriti”. Del resto son quegli stessi che avevano già prima condannato la violenza individuale come “incivile e vergognosa”. Sicuro: quando “il buon senso” e “la logica” prevalgono, tutto si comprende…. Ed ancor oggi, forse più di ieri, si giudica il “caso” Filippi a quella stessa stregua. Ci si è detto di recente che il “fatto” individuale è antisociale e “controproducente” perchè non ha alcun effetto “costruttivo” per la massa in generale e nel caso specifico, B. F. fu per queste loro considerazioni un “fuorviato”. Forse possono avere anche ragione. Infatti pure per noi, sono “fuorviati” tutti coloro che, partecipi della immensa ed informe massa umana che incede lentamente, senza volontà, sospinta per forza d’inerzia sulla grande strada piatta ed infinita della Storia della “Plebe”, sotto il cielo plumbeo ed opprimente dell’abulìa che nasconde un orizzonte irraggiungibile e senza speranza, riescono a svincolarsi da quell’orrenda “Camicia di Nesso” che tutti attosca, e violata la “sacra” barriera marginale, costituita e cementata dalla legge, dalla morale, dal conformismo e da tutti gli artifici che tengono incatenato “l’individuo” allo scoglio dell’obbedienza, s’inerpicano su balze e dirupi per raggiungere le alture ove l’aria è purissima ed il Sole della Libertà vi risplende con i suoi raggi di luce e di fuoco pur rischiando di rimanerne inceneriti in un sublime amplesso di liberazione.
ESCHINI TITO – LATINI LATO Dicembre 1950.

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Henrik Ibsen – Un nemico del popolo

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da Ak Libri
Questa è una delle più belle opere scritte da Henrik Ibsen. Ci narra la storia di un dottore che scopre che le terme pubbliche, fiore all’occhiello della cittadina e apportatrici di innumerevoli villeggianti, sono appestate da inquinanti scarichi montani di conciatura delle pelli. Subito il dottore vuole fare un pubblico appello per denunciare la cosa e far porre rimedio a questo problema, ma da una parte suo fratello, rappresentante dei potenti azionisti di maggioranza delle terme, e dall’altra i redattori di un giornale popolare che si schiera contro i potenti della città, tutti si oppongono alla pubblicazione della relazione del dottore, e gli impongono di tacere. Il dottore non riesce più a trovare nessuno che sia disposto a dargli ascolto, perché tutti sarebbero parte lesa nella questione. Gli appelli al potere sono inutili, quelli alla coscienza popolare anche: sia vinti che vincitori sono una schiera di opportunisti, interessati solo alla reputazione e al denaro. È in questo scenario che il dottore compie l’unica scelta possibile per lui: se prima vuole abbandonare la città, ora i accorge che la risposta migliore a questa situazione è data dalla conoscenza: vuole quindi istruire i giovani, poveri o ricchi che siano, per aiutarli a comprendere meglio la realtà, e a renderli cittadini si una società più civile di quella attuale.

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Gene Sharp – Dalla dittatura alla democrazia: Come abbattere un regime – Manuale di liberazione nonviolenta

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(Descrizione fatta IBS)
In questo volume Sharp descrive le fonti di legittimità del potere (non solo gli eserciti, interessanti sono le “fonti intangibili”, cioè psicologiche, che portano ad accettare l’oppressione); denuncia l’inefficacia di negoziati e compromessi e la finzione di una democrazia conquistata attraverso l’intervento dall’estero. La vera ribellione nasce dall’interno. Richiede consapevolezza collettiva, non collaborazione, pubblica resistenza. In questo manuale ci sono i metodi per costruirla.

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Henry D. Thoreau – Walking

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Stralcio dall’opuscolo
Vorrei spendere una parola sulla Natura, sulla sua assoluta libertà e sul suo aspet to selvaggio, in cont rasto con la libertà e la cultura più semplicemente civile, in relazione all’uomo, suo abitante, che è parte della Natura, piuttosto che membro della società. Vorrei dare un’estrema raccomandazione, per quanto possa enfatizzarla, ai tant i rappresentant i del mondo civile: al ministro, alla commissione per l’educazione scolastica e a ognuno di voi che se ne vorrà far carico. [...]

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Henry D. Thoreau – Disobbedienza civile

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Note critiche
a cura di Laura Barberi

Il saggio più famoso di Henry David Thoreau (1817-1862), comunemente noto come Civil Disobedience, in realtà non venne mai pubblicato dall’autore con questo titolo. Fu dato alle stampe per la prima volta nel 1849 con il nome di Resistance to Civil Government all’interno del libro Aesthetic Papers, curato ed edito da Elizabeth Peabody (cognata di Hawthorne) ed esso altro non era che la trascrizione di una lezione tenuta da Thoreau nel febbraio del ’48 davanti al Concord Lyceum dal titolo The Rights and Duties of the Individual in Relation to Government. Soltanto dopo la morte del suo autore il saggio fu ristampato col titolo di Civil Disobedience, con il quale è diventato poi famoso in tutto il mondo.

La fama di questo saggio è cresciuta soprattutto nel corso del ventesimo secolo: ignorato alla sua uscita, ha influenzato moltissimo personaggi del calibro di Gandhi e Martin Luther King. Il primo mise in pratica la disobbedienza civile su scala di massa nel Sudafrica ed in India, mentre il secondo applicò i principi del saggio nel movimento per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni sessanta. Ma come nacque questo saggio?

Henry David Thoreau nacque a Concord, nel Massachusetts, nel 1817 e lì morì nel 1862. Si laureò ad Harvard nel ’37 dove maturò il suo interesse per la poesia greca e romana, per la filosofia orientale, e per la botanica. Amava profondamente la natura e trascorreva intere giornate ad esplorare i boschi vicino a Concord e a raccogliere dettagliate informazioni sulle piante e sugli animali. Dal 1845 al 1847 visse addirittura in completa solitudine in una capanna da lui costruita presso il laghetto Walden, un’esperienza che poi descrisse nel suo libro più famoso: Walden o la vita nei boschi, dove criticava coloro che vivevano circondati dal superfluo, distaccati dalla natura.

Convinto antischiavista, per tutta la vita scrisse e tenne conferenze contro la schiavitù, specialmente dopo l’approvazione nel 1850 della Fugitive Slave Law che obbligava gli ufficiali del Nord a catturare e restituire gli schiavi fuggiti dal Sud. Egli stesse aiutò alcuni fuggitivi e ritenne sempre assurdo che una corte di tribunale potesse decidere in merito alla libertà o meno di un uomo. Thoreau credeva fermamente nei diritti dell’individuo e proprio la convinzione che ogni persona dovesse rispettare prima i dettami della sua coscienza piuttosto che le leggi di un determinato governo lo portarono ad elaborare lo scritto Disobbedienza Civile (oltre che ad avere problemi con la legge).

Thoreau condannava il governo statunitense perché ammetteva l’istituto della schiavitù e perché si impegnava in una politica imperialistica di espansione, la cui diretta conseguenza fu la guerra col Messico. Per dissociarsi completamente da questi indirizzi politici egli si rifiutò di pagare le tasse governative sostenendo che il pagarle era sinonimo di assenso per la condotta del governo, per la qual cosa egli fu anche arrestato (anche se restò in cella solo per un giorno perché qualcun altro, probabilmente la zia, pagò la tassa). Proprio per spiegare le ragioni del suo arresto e della sua condotta, Thoreau scrisse il breve saggio qui di seguito trascritto.

Il tema centrale di questo scritto è la preponderanza data al diritto rispetto alla legge: pur di seguire ciò che la propria coscienza individuale ritiene giusto Thoreau ammette anche la disobbedienza alle leggi. Secondo lui è più importante il rispetto del diritto piuttosto che il rispetto della legge, perciò egli si sente pienamente giustificato nel violare le leggi americane visto che il governo statunitense ammette la schiavitù. È chiaro che una simile concezione deriva da una fiducia quasi illimitata nelle capacità del singolo individuo di saper scegliere tra giusto e sbagliato e può anche apparire pericolosa per la convivenza democratica, visto che non riconosce nessun valore alle idee della maggioranza, ma solo alle idee “giuste”, rispettose dei valori morali dell’individuo.

Un credo di questo genere lascia naturalmente delle zone di ombra suscettibili di critiche visto che la valutazione di cosa possa essere giusto o sbagliato, morale o immorale è sempre molto personale. Ciò che però ha imposto le idee di Thoreau nel corso del ventesimo secolo, è la sconfessione della violenza: a leggi o imposizioni ingiuste egli contrappone una sorta di resistenza passiva. Bisogna rifiutarsi di eseguire azioni o comportamenti che non condividiamo, rifiutarsi di sostenere il governo che vuole imporli anche a rischio della detenzione, ma nel suo saggio Thoreau non parla mai di protesta violenta e, soprattutto grazie ai suoi celebri “seguaci” come Gandhi e Martin Luther King che fecero della non violenza la linea guida della loro azione, oggi la Disobbedienza civile è considerato una specie di manuale della protesta sociale pacifica. Un saggio molto conosciuto, dibattuto e quindi una lettura importante soprattutto oggi dove le trasformazioni a livello politico, in Europa ma non solo, rendono di grande attualità il rapporto tra governanti e governati.

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Marina Garces – Noi

dall’Intro dell’opuscolo
Nelle società occidentali moderne la parola «noi» non nomina una realtà ma un problema. È il problema sul quale si è edificata tutta la nostra storia di costruzione e di distruzione. Potremmo persino dire che la modernità occidentale, fino ad oggi, è la storia ambiziosa e sanguinante del problema del noi. Nel mondo globale nato simbolicamente nel 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, il problema del noi acquisisce tratti propri, che si sono complicati dopo l’altra data fondatrice della nostra contemporaneità: l’11 settembre 2001. Nel crocevia tra queste due temporalità, viviamo in un mondo in cui trionfano allo stesso tempo una privatizzazione estrema dell’esistenza individuale e un inasprimento degli scontri apparentemente culturali, religiosi ed etnici, articolati sul dualismo noi/loro. Da un lato, il noi ha perduto alcuni dei termini che avevamo conquistato per nominare la forza emancipatrice di ciò che è collettivo: «noi, i proletari», «noi, i rivoluzionari», «noi, gli uomini e le donne liberi»… D’altro canto, il noi ha riconquistato la sua forza di separazione, di aggregazione difensiva e di confronto: «noi, gli americani», «noi, i musulmani», «noi, i democratici», «noi, gli indios». Così, il noi ci si offre come un rifugio ma non come un orizzonte di trasformazione. Nel mondo globale, non soltanto l’io, ma anche il noi è stato privatizzato, rinchiuso nelle logiche del valore, della competizione e dell’identità.

I tratti di novità del mondo globale hanno, tuttavia, una storia: quella delle società che si sono costruite a partire dallo sradicamento dei propri individui. L’irriducibilità dell’individuo, come unità basica del mondo moderno, sia politico che scientifico, morale, economico e artistico, è la premessa di una dinamica sociale per la quale il noi può essere soltanto un artificio, un risultato mai garantito. Come stare insieme? Come costruire una società a partire dalle volontà individuali? Che cosa abbiamo in comune? Sono le domande sulle quali intorno al XVII secolo inizia a prendere forma espressa e riconoscibile il nostro mondo attuale. Sono domande che partono da un’astrazione: l’individuo come unità staccata dalla sua vita in comune. La sua vita in comune non significa la sua identità culturale, come pretenderebbero alcune reazioni più recenti, quali il comunitarismo nordamericano, i nazionalismi europei o le politiche dell’identità. La sua vita in comune è l’insieme di relazioni sia materiali sia simboliche che rendono possibile una vita umana. Una vita umana non basta mai a se stessa. È impossibile essere soltanto un individuo. Lo dice il nostro corpo, la sua fame, il suo freddo, il segno del suo ombelico. Lo dice la nostra voce, con tutti gli accenti e le tonalità che abbiamo incorporato dal nostro ambiente. Lo dice la nostra immaginazione, capace di combinarsi con realtà conosciute e sconosciute per creare altri sensi e altre realtà. L’essere umano è qualcosa di più di un essere sociale, un animale storicamente socializzato. Più radicalmente, l’essere umano non può dire «io» senza dire al tempo stesso «noi». La nostra storia moderna si è costruita sulla negazione di questo principio così semplice. Per questo, allo stesso tempo, la nostra è la storia di una continua creazione di nuovi noi. A partire dall’irriducibilità dell’individuo, il noi è un orizzonte immaginato che dev’essere pattuito, costruito, riconosciuto… L’esperienza del noi ha bisogno di una mediazione. Come vedremo, nella nostra storia politico-sociale moderna questa operazione di mediazione si riassume essenzialmente in tre figure: il contratto, l’antagonismo e il riconoscimento. Il nostro sospetto è che nei tre casi, sebbene in maniera diversa, il noi si costruisce come un pronome personale, fin troppo personale. E come pronome personale, il noi non si sostiene da sé: come sviluppò Benveniste nel suo famoso saggio sui pronomi, «in noi», è sempre «io» che predomina in quanto non vi è «noi» che a partire da «io», e questo «io», per la sua qualità trascendente, si assoggetta all’elemento «non-io».

La presenza dell’«io» è costitutiva del «noi»*. In altre parole, il noi è un io dilatato e diffuso, una persona amplificata. Come persona amplificata, il noi si articola sull’oblio del mondo, come un problema che si presenta e dev’essere risolto tra coscienze poste le une di fronte alle altre su uno sfondo. A partire da questa scena intersoggettiva, il noi sarà sempre un problema da risolvere, il nome di un’impossibilità, di un’utopia, di un fallimento. E se questa stessa scena, come presupposto del noi, fosse la causa della sua impossibilità? E se noi non fossimo gli uni e gli altri ma il mondo che condividiamo? Forse allora quel noi non sarebbe più un pronome personale. Potremmo quindi iniziare a pensare che il problema del noi non consista più nel rispondere alla domanda: «come unirci?», ma nell’affrontare la questione del «cosa ci separa?». Questo spostamento apre la via a un pensiero del comune capace di sottrarsi alle aporie della nostra eredità individualista. Su quest’altra via, il problema del noi non è più un problema della coscienza basato sul dramma insolubile dell’intersoggettività, ma un problema del corpo intrecciato con un mondo comune. Il noi, come orizzonte civico e/o rivoluzionario, è stato visto nella nostra cultura, di matrice cristiana, come la coscienza collettiva, rappacificata, che può sorgere dal superamento dei corpi separati. Ma, se i corpi non fossero uniti o separati ma proponessero, invece, un’altra logica relazionale che non abbiamo saputo ascoltare? Al di là del dualismo unione/separazione, i corpi si danno come continuità. Non soltanto perché si riproducono, ma perché sono finiti. Dove non arriva la mia mano, arriva quella di un altro. Ciò che non sa il mio cervello, lo sa quello di un altro. Ciò che non vedo dietro la mia schiena, lo vede qualcun altro… La finitudine come condizione non della separazione ma della continuazione è la base per un’altra concezione del noi, basata sull’alleanza e sulla solidarietà dei corpi vivi.

* Ëmile Benveniste, Problemi di linguistica generale, Milano, Il
Saggiatore, 1994, p. 278.

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