Louise Michel – La comune

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(tratto dalla Prefazione del libro)

Quand la foule aujourd’hui muette,
Comme l’Océan grondera,
Qu’à mourir elle sera prête,
La Commune se lévera.
Nous reviendrons foule sans nombre,
Nous viendrons par tous les chemins,
Spectres vengeurs sortant de l’ombre,
Nous viendrons nous serrant les mains.
La mort portera la bannière;
Le drapeau noir crepe de sang;
Et pourpre fleuira la terre,
Libre sous le ciel flamboyant.
(L. M. Chanson des prisons, mai 71.)

La Comune è oggi a punto per la storia. Alla distanza di venticinque anni i fatti si delineano nettamente, si raggruppano sotto il loro vero aspetto. Allora, nel lontano orizzonte, gli avvenimenti si accumulavano come attualmente; con la differenza che allora soltanto la Francia era insorta, mentre oggi il risveglio è in tutto il mondo. Qualche anno prima della sua fine, l’Impero rantolante si attaccava a tutto, al ciuffo d’erba come alla roccia, e tutto gli sfuggiva; ma pure si aggrappava sempre, con gli artigli sanguinanti e i piedi nell’abisso. Ma venne la disfatta. La montagna precipitando lo schiacciò. Fra Sedan e i tempi in cui siamo le cose appaiono spettrali, e noi stessi siamo degli spettri vissuti in mezzo ai morti. Quest’epoca è il prologo del dramma che cambierà le basi delle società umane. Le nostre lingue imperfette non possono rendere esattamente l’impressione magnifica e terribile del passato che sparisce confondendosi coll’avvenire che sorge. In questo libro ho tentato di far rivivere il dramma del 71. Un mondo che nasce sulle macerie d’un mondo morente.

E il tempo nostro è simile a quello della fine dell’Impero, con in più la repressione selvaggia e l’esumazione dal crudele passato di più feroci, acuti, sanguinanti orrori. Come se si potesse impedire la eterna attrazione del progresso! Non si può uccidere un’idea a colpi di cannone, come non le si possono mettere le manette. La fine si affretta quanto più l’ideale appare realtà; potente e bello, e superiore a tutte le finzioni che lo hanno preceduto. E più questo presente ci grava schiacciandoci e più abbiam fretta di sortirne. Scrivere questo libro è rivivere i giorni terribili nei quali l’ala della libertà ci accarezzò correndo verso l’ammazzatoio. È riaprire la fossa sanguinante ove sotto la cupola tragica dell’incendio si addormentò la Comune, bella per le sue nozze con la morte, le nozze rosse del martire. E in questa sua grandezza terribile, per il suo coraggio nell’ora suprema, le saranno perdonati gli scrupoli, le esitazioni della sua profonda onestà. Nelle lotte future non si ritroveranno quei generosi scrupoli, perchè per ogni sconfitta subita la folla resta segnata come le bestie destinate al macello. Ciò che si ritroverà sarà l’implacabile dovere. I morti dalla parte di Versaglia furono pochi, un pugno; ma ciascun d’essi fece migliaia di vittime. Dalla parte della Comune le vittime furono senza numero e senza nome; non si possono calcolare i pezzi di cadavere. Le liste ufficiali ne han segnate trentamila; centomila e più è meno lungi dalla verità. Si facevano sparire i morti a carrettate, e se ne avevano sempre dei nuovi gruppi come se fossero mucchi di grano pronto per la semina.

Venivano seppelliti in fretta e soltanto i pazzi voli delle mosche sopra i carnai spaventavano gli sgozzatori. Un istante si era sperato nella pace della liberazione. La Marianna dei nostri padri, la bella che, dicevan essi, la terra attendeva e attende ancora, noi la speravamo assai più bella, avendo tanto tardato a venire. Rude è il cammino, faticose ma non eterne sono le tappe; ciò che è eterno è il progresso che pone sull’orizzonte un ideale nuovo, e mostra vicino alla realtà ciò che ieri sembrava utopia. Così la nostra epoca orribile sembrerebbe paradisiaca a coloro che si disputavano la preda e il riparo. Ma come il tempo delle caverne è passato, anche il nostro sparirà; così i vecchi d’ieri e d’oggi sono ugualmente morti. Nelle nostre vigilie d’armi noi amiamo parlare delle lotte per la libertà. Nell’ora presente, in attesa d’un nuovo germinale, parleremo dei giorni della Comune e dei venticinque anni che sembrano più d’un secolo, dall’ecatombe del 71 all’alba che si leva. Cominciano dei tempi eroici; le folle si uniscono come sciami di rondini a primavera; i bardi si levano cantando la nuova epopea.
È la vigilia delle armi e parlerà lo spettro di maggio.
Louise Michel, Londra, 20 maggio 1898.

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