Fabio Cuzzola – 5 Anarchici del Sud

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Prefazione
Quella maledetta notte del 26 settembre ha segnato, distrutto ,violentato tante famiglie, ha spezzato legami forti ,amicizie sanguigne ,ha cancellato le speranze ed i sogni di cinque giovani del sud. Del Profondo Sud.
I meridionalisti d’inizio secolo scrivevano polemicamente che l’Italia si divideva in nordici e sudici , e forse non sbagliavano . Se una strage , perchÈ di strage si è trattato, di queste dimensioni si fosse registrata in altra parte dell’Italia che conta ci sarebbero state inchieste, dossier e quant’altro perchÈ tutti i dati , immediatamente disponibili, sul cosiddetto “incidente” non convincevano. Ed invece niente . Il silenzio è sceso come una fossa comune dove sono state sepolte e cancellate le storie , i documenti ed i terribili segreti che questi giovani portavano con sè.

Ci sono voluti venticinque anni perchÈ un magistrato, il giudice Salvini del tribunale di Milano, riaprisse il dossier relativo al deragliamento del treno a Gioia Tauro il 22 Luglio del 1970. Anche in questo caso si parlò subito di incidenteÉma qualche anno dopo si scopr“ che si trattava di un attentato, senza per altro che emergessero colpevoli e mandanti. Era proprio quello che avevano scoperto questi giovani anarchici ed avevano raccolto in un dossier che stavano portando a Roma . Ci son voluti dei pentiti fascisti e mafiosi che parlassero di tutto questo perchÈ , per un attimo, ritornasse l’attenzione su quella notte maledetta quando, in un’ora incerta, improbabile, tra la fine dell’ora legale e l’inizio dell’ora solare, un camion di frutta (probabilmente con l’ausilio di un’altra macchina) spargesse sull’asfalto il sangue innocente di chi credeva veramente nella libertà e nella giustizia . Di chi, malgrado le minacce , le intimidazioni, è andato avanti, senza paura ,perchÈ credeva nel valore supremo del solo tribunale esistente :la propria coscienza. Di chi credeva che la coerenza non sia solo una virtù, ma la prova del fuoco della validità , concretezza e serietà di un ideale.

Sono stato testimone diretto di questa tragedia che in questo volume viene, con estrema delicatezza e grande sensibilità, ripresa e rivissuta . Io non sarei mai stato in grado di raccontare le storie, le vite di questi giovani anarchici , cos“ ricche di esperienze , cos“ dense di emozioni e di convinzioni fortiÉ Io non riesco a parlarne tranquillamente nemmeno oggi perchÈ Gianni era più che un cugino un fratello, Annalisa una cugina acquisita con entusiasmo, Angelo un grande artista ed uno dei miei migliori amici , Franco una persona amabilissima ed affascinante. Non ho conosciuto Luigi Lo Celso , ma so che era un anarchico di grande spessore.

E’ veramente difficile scrivere di fatti e persone quando ti sono cos“ cari . Si dice che il tempo cura, lenisce i dolori, riduce le emozioni. Non si dice che il tempo rende tutto più assurdo, più cupo e silente il dolore, come un virus che si nasconde agli occhi elettronici della scienza ,ma scava e si riproduce tra le ombre delle cellule.

Ci sono voluti trent’anni perchÈ uno spiraglio di luce rompesse la cappa dell’indifferenza e della cancellazione della memoria. Per anni ho visto giornalisti, studiosi e ricercatori sfiorare questi tragici eventi, affacciarsi alla storia di questi giovani anarchici senza mai varcare la soglia. Nessuno che avesse voglia e coraggio di indagare, ricostruire, recuperare la memoria di questi giovani anarchici, un pezzo di memoria storica di quegli anni tremendi. Poi, improvvisamente, una sera d’estateÉuna telefonata : era un extraterrestre o più probabilmente un angelo mandato da Qualcuno per riportare un po’ di giustizia e verità su questa terra. PerchÈ solo un essere con queste caratteristiche poteva avvicinarsi a queste vite riportandole alla luce con mani delicate, con occhi dolci e freschi , di chi è giovane dentro e fuori e sa immedesimarsi in altri giovani che hanno speso la loro vita per il bene comune.
Una storia, tante storie che non si possono perdere senza perdere una parte di noi stessi e della memoria storica della città di Reggio che in quell’anno fatale viveva uno dei momenti più contraddittori e drammatici della sua storia. Si sono scritti tanti volumi sulla città dei “boia chi molla”, ci si è divisi tra denigratori e nostalgici di quella “rivolta”, senza capire fino in fondo quella che è stata l’ultima grande lotta popolare del nostro Mezzogiorno, la prima lotta “etnica” di un ciclo di lotte e guerre che hanno insanguinato gli ultimi trent’anni del XXI secolo. I giovani anarchici reggini stavano dentro quella contraddizione , tra le ragioni popolari della rivolta e la sua strumentalizzazione , tra rivoluzione e reazione, tra bisogno popolare di protagonismo e trame nere che ne hanno determinato la cifra. Stavano tra la gente cercando di capire, di interpretare, di portare il loro contributo. Avevano profeticamente capito che eravamo di fronte a quello che in geometria analitica si chiama “punto di flesso” , una fase di passaggio delicata, confusa e contraddittoria. La creatività, intelligenza e , soprattutto, la lucidità dei loro ideali gli aveva fatto capire e scoprire fatti e trame sanguinarie che fanno ancora oggi accapponare la pelle.
Questa città ha perso per sempre il loro contributo , forse non l’ha mai saputo apprezzare, sicuramente non lo meritava. Ma se oggi con questo straordinario lavoro di Fabio , carico di umanità e tenerezza, se oggi con questo libro si riesce a ricostruire un pezzo di memoria di quelle vite, di quegli anni, allora possiamo ancora credere che questi anarchici del Sud non sono morti invano.

Tonino Perna

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