Noam Chomsky – Dopo l’11 Settembre


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Introduzione
Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, i ritmi sempre molto serrati della vita di Noam Chomsky si sono ulteriormente accelerati, raggiungendo livelli di intensità straordinari. Nei mesi successivi ha tenuto numerosi discorsi pubblici e ha concesso una lunga se rie di interviste, molte delle quali a media stranieri che si rivolgevano a lui considerandolo uno dei pochissimi intellettuali americani risolutamente contrari all’ag gressione militare decisa dall’amministrazione Bush. Convinto e instancabile, Chomsky deve avere ripe tuto migliaia di volte la sua argomentazione, secondo la quale non si può parlare del terrorismo dei deboli contro i potenti senza affrontare anche il tema del «ter rorismo innominabile, ma di gran lunga più violento, dei potenti contro i deboli». Questa argomentazione, suffragata da una quantità sempre maggiore di esem pi storici, documenti e analisi, non ha trovato ascolto a Washington né ha avuto risonanza nei grandi media statunitensi, ma ha trovato un vasto pubblico nel pae se e all’estero, dove ci si è rivolti ancora una volta a Chomsky per trovare quella voce della ragione e della coscienza che lo studioso rappresenta da decenni.

La voce di Chomsky raggiunse anche il Giappone, dove abito, grazie alla traduzione del suo libro 11 set tembre (sottotitolato in giapponese: “L’America non ha diritto di rappresaglia”), pubblicata alla fine di no vembre. Ispirati da quella lettura, il produttore di una società cinematografica indipendente giapponese e io cominciammo a progettare la realizzazione di un documentario dedicato a Chomsky e al suo punto di vista sul terrorismo e sul potere americano. Questo li bro trae origine da quell’impegno.

Ci rendemmo presto conto dell’intensità della vita di Chomsky quando tentammo per la prima volta di contattarlo per parlargli del documentario, all’inizio di gennaio del 2002. Era interessato al progetto, ci disse, ma il primo momento libero secondo la sua agenda sarebbe stato a maggio. Nel frattempo doveva andare al World Social Fo rum di Porto Alegre, in Brasile, poi in Turchia per te stimoniare al processo contro il suo editore turco, quindi in Colombia; e inoltre doveva trascorrere una settimana in California, a marzo, per una serie di con ferenze. Se volevamo unirci a lui per riprenderle, o fil mare qualsiasi altro suo intervento pubblico, erava mo i benvenuti.

Decidemmo di filmarlo in California, dove Chomsky era stato invitato a tenere due lezioni di linguisti ca all’Università di Berkeley. Nei cinque giorni tra scorsi nella zona della Baia, Chomsky fu anche a di sposizione dell’università, dove incontrò studenti di linguistica e insegnanti; nel tempo libero tenne cin que discorsi politici su vari argomenti (ne abbiamo ripresi tre) davanti a un pubblico di oltre cinquemila persone. L’ultimo giorno, un venerdì, a Palo Alto, era stravol to e quasi senza voce, ma quando iniziò a parlare a una folla attenta di un migliaio di persone, nella sala da ballo di un albergo, riuscì a riprendersi. Ritrovò ener gia nel corso della serata, passando da un lungo di scorso sulla minaccia costituita dalle basi missilistiche spaziali a una tornata di domande e risposte, che fini vano spesso per diventare brevi disquisizioni, anche di dieci minuti, sugli interrogativi sollevati dal pubblico.
Dopo il dibattito, Chomsky passò altri quarantacinque minuti a rispondere pazientemente alle domande poste da un gruppo di venticinque persone che volevano continuare la discussione. A un certo punto gli vennero i crampi alle dita a forza di firma re autografi, e disse ridendo: «Non riesco neanche più a scrivere». L’uomo Chomsky può essere instancabile, ma non è fatto d’acciaio. Uscendo dalla sala parlava ancora, raccontava a un amico di quanto lo avesse colpito un recente viaggio nel Kurdistan turco. Seguendo Chomsky in quei giorni, restai colpito in primo luogo dalla sua grande umiltà e generosità. Non si considera un portatore di cambiamento sociale, ma semmai uno che prepara il terreno, offrendo agli ascoltatori le informazioni e le analisi frutto della sua ricerca. Sottolinea sempre che occorre compiere delle scelte e che spetta a ogni individuo agire secondo prin cipi morali, obbligando i potenti a fare altrettanto. L’altro aspetto che mi colpì di lui fu l’ottimismo. Nonostante le sue analisi spesso sconfortanti degli abusi di potere statunitensi, l’atteggiamento di Chom sky è positivo e le sue previsioni colme di speranza. Termina gran parte dei discorsi con una panoramica dei risultati ottenuti dalla mobilitazione popolare ne gli ultimi decenni, per sottolineare che il cambia mento sociale è alla nostra portata. Il filosofo e attivista giapponese Tsurumi Shunsuke attribuisce tale ottimismo alla prospettiva storica di lungo periodo che lo studio della linguistica ha of ferto a Chomsky. «In tale contesto, quest’anno e il prossimo appaiono poca cosa. Vivere nel presente con la fede nell’opera ininterrotta dell’umanità nel corso del tempo: ecco la fonte di quella serenità.» Il lavoro di Chomsky pone a ciascuno di noi un in terrogativo e una sfida: è giustificato l’ottimismo in quest’epoca di bombe intelligenti e di governo sciovi nista? La risposta, come è solito dire Chomsky, di pende moltissimo da ciò che persone come voi e me decideranno di fare.
John Junkerman Tokyo, gennaio 2003

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