Giancarlo Scarpari – La Democrazia Cristiana e le leggi eccezionali 1950-53

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PREMESSA

Alla fine degli anni ’40 il periodo della cosiddetta ri-costruzione può considerarsi definitivamente concluso e ciò sia per quanto riguarda la consistenza produttiva degli apparati industriali, tornata sostanzialmente alle posizioni d’anteguerra, sia per quanto riguarda lo stesso reddito pro capite, che nel ’50 raggiungeva nuovamente i livelli del ’39. Ma la ricostruzione dell’economia e degli apparati produttivi costituiva solo una parte, anche se certo determinante, della più complessa ricomposizione del sistema di potere capitalistico, uscito provato ma non certo sconfitto dalle rovine del fascismo e della guerra;1 e si articolava in un processo, che poteva realizzarsi compiutamente solo dopo che era intervenuta, ed anzi si era sostanzialmente conclusa, la riorganizzazione del sistema agli altri livelli, da quello politico a quello più propriamente istituzionale; che si realizzava, dunque, quando già gli interessi del capitalismo interno ed intemazionale avevano individuato nella DC un sicuro punto di riferimento e di forza e questa, per conto suo, aveva già scelto nella occupazione dello    Stato la base politica per la sua proiezione di potere sui vari distinti apparati e sulla società civile.

Certo non sempre è facile cogliere gli elementi di priorità che determinarono od influirono sui vari processi, né distinguere condizionamenti e reazioni, che pure caratterizzarono, legandoli inscindibilmente tra loro, i vari livelli di questa complessa opera di riorganizzazione complessiva: ma è indubbio che, prima, il partito dei cattolici era entrato, con larghe possibilità di uomini e mezzi, nello Stato e poi la ricostruzione e-conomica aveva potuto marciare speditamente secondo le logiche del liberismo e dell’accumulazione selvaggia; e che, prima, la DC aveva riorganizzato burocrazia ed apparati sotto il segno della conservazione e dell’anticomunismo e poi aveva potuto garantire, come governo e come Stato, quello specifico modello di sviluppo, rovesciando contro i lavoratori tutta la violenza delle leggi dell’economia e quella del codice Rocco.

E tutto questo non a caso, ma perché la DC, sotto lo schermo ideologico dell’interclassismo e della centralità, si era realizzata e affermata politicamente come il partito della continuità, continuità delle istituzioni e delle leggi ancor prima che delle persone, e cioè appunto come un vero e proprio partito di Stato, se non ancora di regime.

Bloccato con decisione, fin dall’inizio, ogni tentativo di epurazione1 e di rinnovamento, la DC aveva infatti riaggregato attorno a sé corpi ed apparati, rilanciando per essi l’ideologia della neutralità, mantenendoli separati dalle istanze nuove emerse dalla realtà del primo dopoguerra, ricuperando fino in fondo e, facendola propria, la dura pratica anticomunista che ne aveva sempre caratterizzato il funzionamento: rendendo cosi omogenei e funzionali al proprio progetto politico, sotto il segno di questa ben determinata “continuità,” le varie articolazioni dello Stato uscite dal conflitto disgregate ed inefficienti. Soprattutto, e non a caso, i vari apparati repressivi, la polizia, l’esercito e la magistratura.

Quest’ultima, in particolare, lasciata accuratamente inalterata nel personale e nelle strutture, aveva chiarito ben presto il senso politico di questa continuità e di questa perdurante separatezza: assolvendo i gerarchi fascisti, e con loro se stessa,4 dall’accusa di avere sostenuto o    collaborato alle fortune del passato regime, guidando poi in prima persona le principali operazioni politiche e le scelte istituzionali del governo (dal processo pubblico alla Resistenza, all’accantonamento della Costituzione, alla repressione degli scioperi) e fornendo regolarmente l’adeguata copertura ad abusi ed illegalità della polizia, schierata sempre contro i lavoratori in lotta.

Carabinieri e Pubblica Sicurezza, poi, potenziati numericamente, sostenuti da cospicui incrementi nei bilanci dello Stato, erano stati ristrutturati e rinnovati secondo una linea di specializzazione ed addestramento prevalentemente indirizzata per un loro impiego in servizio di ordine pubblico, con la creazione dei battaglioni “mobili” per i primi e dei reparti “celeri” per i secondi. Con la conseguenza che le regioni rosse venivano praticamente poste in un continuo stato d’assedio, interi paesi erano presidiati daH’arma dei Carabinieri durante gli scioperi, mentre la “Celere” si conquistava anche all’estero una ben triste fama, per i brutali metodi di prevenzione, la violenza delle sue cariche, gli esiti spesso cruenti delle sue azioni.5

Persino l’esercito era stato ristrutturato, in vista di un suo possibile impiego per la difesa del fronte interno, secondo un’impostazione di fondo che, nata al tempo degli accordi armistiziali del ’43, era via via cresciuta negli anni successivi, aveva trovato pratica applicazione nella lotta intrapresa in Sicilia contro i separatisti ed il banditismo, per toccare i vertici più espliciti e pericolosi in vista della scadenza elettorale del ’48: quando cioè il governo aveva costituito addirittura due nuove divisioni da impiegarsi in operazioni di ordine pubblico e quando aveva fatto svolgere le esercitazioni annuali dei reparti motorizzati dell’esercito in cooperazione coi battaglioni di Carabinieri e Pubblica Sicurezza per rendere operativo un piano di controllo dell’ordine pubblico in una situazione di emergenza e di conflitto interno.6

Secondo tale linea, allora le epurazioni “a rovescio” di comunisti e partigiani operate da Sceiba tra i quadri dell’esercito e della polizia, l’allontanamento silenzioso dei “prefetti della Liberazione,” la riammissione dei funzionari fascisti negli organici dell’amministrazione furono solo l’ultima tappa, la ricomposizione cioè, anche a livello soggettivo, di un più generale processo di ricomposizione degli apparati, che si era fondato e realizzato strutturalmente attraverso la continuità delle leggi e delle istituzioni.

E costituirono al tempo stesso la premessa per il rilancio e la messa in moto di tutta una serie di pesanti meccanismi repressivi destinati a tutelare le leggi dell’economia prima ancora di quelle penali, ed a difendere sempre e dovunque un ordine pubblico identificato ormai esplicitamente con l’ordine produttivo, e cioè con il normale ritmo di lavoro che doveva essere garantito, a qualunque costo, nelle industrie e nelle campagne.

Logico quindi, secondo questa linea e questa prospettiva, che tutta la forza legale ed illegale di uno Stato cosi “normalizzato* venisse rovesciata puntualmente contro le organizzazioni politiche e sindacali di quei lavoratori che negli anni precedenti avevano dimostrato di non riconoscere più l’autorità indiscussa del padrone ed avevano imposto e quasi istituzionalizzato “pericolosi” contropoteri nei luoghi di lavoro; degli operai che avevano reagito al taglio dei tempi, al blocco dei salari, alla repressione in fabbrica con fermate continue e scioperi articolati; dei contadini poveri e dei braccianti che si erano conquistati terra e lavoro, organizzandosi autonomamente dal basso, stracciando i vecchi patti semifeudali ed occupando le terre incolte dei grandi proprietari assenteisti.

Cosi gli anni ’48-’50 furono si gli anni della rinascita, della riconversione e della ristrutturazione industriale, ma furono, proprio per questo, anche gli anni delle smobilitazioni delle aziende, degli sgomberi delle imprese occupate, delle cariche della polizia contro gli scioperanti, delle provocazioni, delle denunce e degli arresti.

E furono si gli anni che prepararono i primi tentativi di riforma agraria e gli interventi articolati dello Stato nel mezzogiorno e nelle campagne, ma li prepararono attraverso e contro le lotte durissime sostenute dai contadini che si erano battuti per il collocamento di classe, l’imponibile di mano d’opera e l’assegnazione delle terre, lotte che furono represse ad opera dei corpi armati del-

lo    Stato, i carabinieri, e di quelli armati dagli agrari, le squadre fasciste ricomparse prepotentemente alla ribalta.

Il passaggio dalla fase della stagnazione, della politica della “lesina,” a quella dello sviluppo e della crescita accelerata, che prenderà l’avvio con l’inizio del “ciclo coreano,” passa dunque, tutto intero, sotto questa pesante cornice istituzionale di repressione e di violenza. Coerente soluzione questa, voluta da un partito che aveva affrontato la questione sociale prevalentemente con una politica di ordine pubblico, attraverso l’ideologico disconoscimento delle radici e delle motivazioni delle lotte e quindi la loro progressiva identificazione con le agitazioni di un movimento politico, quello comunista, dichiarato ostile allo Stato perché ostile al governo e quindi represso nella sua pratica quotidiana, con gli strumenti penali ed amministrativi volta a volta ritenuti più idonei.

Stupisce quindi che ancor oggi si possa sostenere7 che la DC non abbia praticato una politica di “attacco frontale” nei confronti dei comunisti e dei loro alleati e che comunque la repressione nei loro confronti sia stata saltuaria od occasionale, limitata cioè all’utilizzo “di tanto in tanto” della polizia ad opera di Sceiba.

Perché le cose in realtà andarono ben diversamente. Perché in quegli anni non vi furono solo delle fasi acute di repressione come risposta a tensioni esplose nel paese in occasione di fatti ed accadimenti di particolare rilevanza politica (le 7000 denunce ed arresti per le proteste contro l’attentato a Togliatti o la catena di morti e feriti che contrassegnò le grandi lotte bracciantili dell’autunno ’48); né solo degli attacchi diretti, coordinati dall’alto, contro le opposizioni di sinistra nel quadro di più ambiziosi progetti politici che il governo democristiano intendeva con essi perseguire (gli arresti in massa di partigiani per vecchi fatti di guerra, neH’ambito del più generale processo condotto contro la Resistenza e coloro che nei fatti l’avevano sostenuta). La repressione fu invece sistematica, quotidiana, capillare, colpi al Nord come al Sud, nelle città industriali come nei paesi di campagna’; coinvolse partigiani, amministratori, sindacalisti, quadri di partito e singoli militanti; abrogò, nella pratica, i vari diritti costituzionali di libertà, cancellandoli con l’uso continuo del vecchio apparato normativo di legalità fascista, dal codice Rocco alle leggi di P.S.

E fu tanto continua e generalizzata che quando Togliatti, dalla tribuna del VII Congresso del PCI,9 riassunse brevemente le cifre dei morti, delle carcerazioni e delle pene inflitte ai lavoratori nel corso degli ultimi tre anni (62 lavoratori morti, di cui 48 comunisti; 3.126 feriti di cui 2.367 comunisti; 92.169 arresti di cui 73.870 comunisti; 19.306 condannati di cui 15.429 comunisti; 8.441 anni di carcere di cui 7.598 inflitti ai comunisti), cifre mai registrate in alcun altro periodo della storia d’Italia, nessuno da parte del governo tentò di fornire ima sia pur timida smentita, preferendo far calare attorno alla denuncia un muro di silenzio. Continuare allora a leggere la storia di quegli anni minimizzando o addirittura ignorando tutto questo e soffermandosi solo sulle questioni di governo, sui contrasti tra i partiti, sulle scelte di politica economica, o, per altro verso, sui cedimenti e le cattive analisi del sindacato, gli errori ed il settarismo dei partiti legati alla classe operaia ha significato e significa ancor oggi, per alcuni, non vedere volutamente la violenza di Stato all’ombra della quale certe scelte poterono passare; per altri, dimenticare i rapporti di forza allora esistenti e che consentirono o determinarono solo quelle e non altre forme di opposizione; e per tutti, infine, l’impossibilità di valutare correttamente senso e spessore politico delle lotte di quegli anni, prima fra tutte quella vastissima ed articolata condotta dalla opposizione di sinistra e dalle organizzazioni di massa ad essa collegate, in difesa della Costituzione e contro la vigente legalità fascista.

Senonché, anche cosi impostato, il problema di fondo è ben lungi dall’essere risolto.

Perché, spesso, anche coloro che nella valutazione complessiva di quel periodo hanno riservato un’attenzione privilegiata ai “movimenti” istituzionali, agli interventi repressivi dello Stato, all’evolversi della costituzione materiale nel paese, hanno poi finito per articolare l’analisi in termini fortemente riduttivi, in modo da pervenire in definitiva a conclusioni parziali e per nulla soddisfacenti.

Perché, da una parte, il discorso sulle istituzioni è stato sovente condotto ed esaurito nei limiti prevalentemente giuridici della polemica sulla “Costituzione inattuata”10; e dall’altra, l’esame degli interventi dei vari apparati dello Stato sulle lotte in corso non è quasi mai cresciuto oltre le soglie di una documentata, ma pur sempre ripetitiva, “cronaca delle lotte e della repressione.”11 Perdendosi, nel primo caso, la possibilità di recuperare fino in fondo i nessi esistenti tra le esigenze della ricostruzione capitalistica e gli interventi illiberali ed autoritari del governo contro il movimento operaio e le sue organizzazioni e, sul fronte opposto, i legami indissolubili che legavano le lotte del lavoro, le battaglie per la democrazia e l’intransigente difesa del dettato costituzionale praticata dall’opposizione di sinistra nel Parlamento e nel paese. E venendo meno, nel secondo caso, la possibilità stessa di cogliere la “specificità” e l’articolazione interna degli interventi repressivi e, soprattutto, il loro mutevole rapportarsi con il variare della situazione politica generale, con il rischio cosi di appiattire l’analisi in una elencazione monotona di operazioni sempre eguali a se stesse, tranne che per estensione ed intensità.

Ciò è tanto più vero se si consideri che tali interpretazioni, se ormai paiono insufficienti a “spiegare” le vicende istituzionali legate al periodo ’47-’50 (ove pure la decisione di rendere inoperante la Costituzione e quella di scendere ad uno scontro frontale con il movimento dei lavoratori in lotta costituirono sicuramente le scelte di fondo della politica dei primi governi centristi), si rivelano poi ancora più inadeguate a render conto degli interventi e del variare stesso degli istituti e degli apparati, nel periodo immediatamente successivo al ’50.

Perché, quando alla stagnazione subentrerà lo sviluppo accelerato, quando l’inerzia del governo lascerà il passo ai primi tentativi di riforma, quando tutto il quadro politico ricomincerà ad entrare in movimento, allora anche il livello delle istituzioni e degli apparati conoscerà mutamenti e variazioni profonde, comprensibili solo se letti alla luce delle trasformazioni contemporaneamente intervenute agli altri livelli.

In questa prospettiva la vecchia politica di ordine pubblico portata avanti con ostinazione dal primo governo del 18 aprile manterrà si un ruolo privilegiato anche dopo la svolta degli anni ’50, ma, pur ferma nei suoi obiettivi di fondo, conoscerà dopo di allora forme nuove e diversificate, scansioni interne e mutamenti anche qualitativi, legati alle scadenze politiche generali e alle mutevoli necessità del partito di maggioranza o del governo.

E proprio nel ’50, infatti, cominceranno a delinearsi, in positivo, intrecciati ai processi di sviluppo e di rinnovamento, i tratti fondamentali di quel nuovo progetto istituzionale a sfondo confessionale ed a forti tinte corporative, aU’interno del quale autoritarismo e crescita economica, legalità fascista e potere democristiano si salderanno compiutamente, in vista della trasformazione del sistema parlamentare in un regime di “democrazia protetta,” nel quadro di una difesa “atlantica” dal comunismo.

All’interno ed in funzione di questo disegno la politica di ordine pubblico perseguita dal governo passerà cosi dalla repressione cruenta delle lotte ad una sistematica e capillare attività di prevenzione e controllo dei militanti; da una pratica quotidiana di illiceità ed arbitri ad una vera e propria pianificazione di mezzi e di strumenti in relazione agli specifici obiettivi volta a volta da perseguire; da una discriminazione dei comunisti mantenuta a livello amministrativo ai progetti di una normativa “eccezionale” tesa a colpire il PCI e le organizzazioni ad esso collegate, secondo le tappe di una eversione costituzionale lucidamente perseguita dal gruppo dirigente della DC per tutto il periodo dominato politicamente dai governi centristi da essa dipendenti.

E se taluni di questi progetti, le leggi eccezionali ad esempio, non sopravvivranno alla sconfitta di quella iniziativa sanzionata dal mancato “scatto” della “legge-truffa” nel ’53, altri filoni troveranno non effimeri sviluppi e conferme negli anni successivi (si pensi alla discriminazione anticomunista disposta ufficialmente in via amministrativa dal governo di Saragat e Sceiba nel dicembre ’54)12 ed altri ancora continueranno a crescere ed a prosperare, aumentando lacerazioni e guasti già da tempo esistenti all’intemo dei vari apparati dello Stato (si pensi all’uso strumentale dei fascisti perfezionato dai successori di De Gasperi ed alla nuova valenza politica che acquisterà il principio della cosiddetta “centralità democristiana”). Questi processi, queste linee di tendenza, queste scelte di fondo cominciarono a maturare appunto all’inizio del ’50, l’anno delle riforme, dello sviluppo economico, delle prime forme di discriminazione legale contro i comunisti.
Ed è dunque al ’50 che noi dobbiamo tornare per capire come e perché si formarono tali processi e perché soprattutto poterono cosi a lungo durare.

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