Giampietro Berti – La dimensione libertaria di Pierre Joseph Proudhon

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Nella storia del socialismo, il posto di Pierre-Joseph Proudhon non è stato ancora messo nella sua giusta luce. E senz’altro inaccettabile infatti che ancora oggi il giudizio su di lui ricalchi senza appello quello formulato cent’anni fa da Marx1. Un giudizio che lo vuole rappresentante socialista della piccola borghesia e perciò teorico confuso e contraddittorio, diviso tra gli interessi del proletariato e quelli della classe media.

Altre interpretazioni non si discostano molto da quella marxista, tutte avendo in comune la convinzione che egli sia stato incapace di comprendere il mondo moderno segnato dall’irreversibile rivoluzione industriale. Perciò l’immagine riportata da molta storiografia è sempre quella di un uomo rivolto al passato, più che al presente e al futuro. Nascerebbe da qui il suo anarchismo ribellistico, la natura della sua protesta, morale oltre che politica, contro l’ordine esistente2.

Si tratta di un’interpretazione sostanzialmente errata, in cui non gioca solo il pregiudizio marxista, ma anche una scoperta ignoranza delle sue idee. In Italia, ad esempio, l’esiguità degli studi che gli sono stati dedicati è la causa della ripetitività stereotipa dei giudizi sul suo pensiero che si riscontra in tutte le storie del socialismo

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