Ursula K. Le Guin – I reietti dell’altro pianeta

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Intervista tratta da A-rivista Anarchica, giugno 2004
Ursula Le Guin ha gentilmente concesso a noi di Anarchy di rivolgerle alcune domande. Quella che segue è la collazione di due interviste condotte per email nel frenetico periodo di fine anno, in cui era occupata dalle visite di amici e parenti.

D. Vi è la tendenza ad ambientare le utopie in luoghi in cui il problema della scarsità non esiste; in cui la gente, sul piano materiale, ha tutto ciò che le serve. Da dove pensi ti sia nata l’idea di scrivere di un’utopia in cui i bisogni materiali della gente non siano interamente soddisfatti? I reietti dell’altro pianeta (The Dipossessed, in Italia anche conosciuto col titolo Quelli di Anarres, N.d.T.) avanza la tesi che i bisogni materiali non siano l’aspetto fondamentale di un’utopia…

R. Credo che l’idea di ambientare un esperimento utopico in un contesto ambientale molto difficile e povero mi sia venuta dal voler reagire alla confusione tra il concetto di “vita buona” e di “La Vita dei Beni”, se è chiaro quel che intendo (nell’originale inglese, gioco di parole tra “a good life” e “The Good Life”, N.d.T.). Per molti l’“utopia” assomiglia a un enorme supermercato, in cui tutto abbonda, tanto il necessario quanto il voluttuario. A molti degli abitanti dei paesi più poveri, l’America è sempre apparsa una specie di utopia, non è vero?
Ma c’è una grande differenza tra “abbondanza” e “abbastanza”. Nessuna utopia che si basi su un’equa distribuzione potrà mai promettere più del sufficiente. Il sovrappiù è una necessità solo per il capitalismo, il quale si basa sulla crescita perpetua e su una radicale ineguaglianza della prosperità materiale.
Inoltre, ambientando il mio esperimento anarchico su un pianeta povero di materie prime, è stato più semplice (e un autore di romanzi deve semplificare) mostrare come funzionasse la società. Quando c’è a malapena di che sfamare tutti e tutti devono lavorare per ottenerlo, garantire un’equa distribuzione è molto più facile.

D. In un’altra intervista (letta in rete) si afferma: «LeGuin spiega che ‘storicamente l’anarchia è stata identificata con il femminile. L’ambito riservato alle donne… “la famiglia”, per esempio… è il campo dell’ordine senza la coercizione del governo, attraverso la consuetudine e non attraverso la forza.’» Ci piacerebbe che ci dicessi qualcosa di più in proposito, sul quel che pensi dell’idea di anarchia come femminile, del governo attraverso la consuetudine e non la forza.

R. Intanto correggiamo l’ortografia, se c’è qualcosa rispetto a cui non sono anarchica è l’ortografia e la grammatica — si scrive Le Guin. OK. Be’, è una questione filosofica enorme e non sono sicura di volerla affrontare daccapo. Vi sono parecchie prove fondate del fatto che il modo delle donne di condurre le cose (nella loro sfera di potere solitamente limitata) sia ben diverso dal modo tipico degli uomini (i quali, di solito, iniziano col riservarsi quasi interamente il potere). Il fatto stesso che le donne generalmente accettino questo stato di cose è significativo. Le donne, di norma, sembrano non desiderare il tipo di potere che gli uomini vogliono con tanta determinazione. Alle donne sembra non importare un bel nulla chi è il re e chi è il capo e così via, fintanto che possono gestire la propria vita — che necessariamente tende a incentrarsi sulla famiglia, la quale, naturalmente, nella maggior parte delle società non si riduce a una coppia, ma è un gruppo più esteso, una tribù o un villaggio. E in quest’ambito, il modo preferito dalle donne di mantenere l’ordine non è con la forza, ma con la persuasione, attraverso l’utilizzo di premi e della riprovazione — strumenti di natura sociale piuttosto che la forza bruta. E tendono a ricercare il consenso, piuttosto che a voler imporre la propria personale volontà.
Le donne sembrano preferire la collaborazione alla gerarchia.
Non saprei dire quanto questo modo di governare senza autorità centrale sia davvero connesso al genere — penso che nessuno lo sappia. Potrebbe non essere affatto tipicamente femminile. Potrebbe semplicemente essere l’eccessivo machismo della nostra società a vedere tutto ciò come femminile. Il governare attraverso il consenso, senza un capo, era piuttosto comune tra le popolazioni dei nativi americani. Gli europei invasori — tutti uomini, naturalmente — non riuscivano assolutamente a capirlo; dissero agli indiani, dovete avere un Grande Capo; non può esistere una società senza un Uomo al Vertice! Così gli indiani furono costretti a tirar fuori un qualche vecchio dei loro che era capo guerriero o maestro di danza o che aveva qualche carica, e con questi i bianchi fecero un accordo, per poi infrangerlo. Lo statuto delle donne era molto diverso a seconda dei popoli nativi; in alcune società le donne avevano l’autorità ultima, e nominavano i capi; in altre — particolarmente tra i popoli guerrieri molto ammirati dai bianchi — le donne erano trattate da serve e da beni di scambio. E tuttavia, perfino queste società erano governate per consenso e non per decreto imposto dall’alto. Attraverso la consuetudine e non attraverso la forza.

D. Come giudichi la forza della tecnologia nelle nostre vite? Buona, cattiva, irrilevante?

R. Tecnologia significa uso di strumenti. La tecnologia e il linguaggio sono ciò che ci ha diversificati da qualunque altro essere sulla terra. Chiunque pensi che la tecnologia è irrilevante dovrebbe provare a mangiare brodo di pollo con le mani.

D. Quanto si ripercuote l’aumento della visibilità e dell’accettabilità dei transgender sulla tua visione di ciò che è possibile/desiderabile?

R. Mi rallegra. Mi fa pensare che forse la gente non è tutta fatta di stupidi bigotti che invocano la religione per giustificare l’odio e la paura. Fa capire che le persone possono cambiare — piano piano… che possono imparare — piano piano…

D. Quanto la tua opera continua a essere attraversata dall’anarchismo, in modi più sottili? Ti pare un tema duraturo?

R. Sì, in quanto è connesso al taoismo, e a un generale istinto alla sovversione intellettuale, all’antiautoritarismo, all’opposizione alla gerarchia e a un’estrema eterodossia religiosa.

D. Molto interessante. Potresti approfondire?

R. No, davvero, a questo punto non posso. Mi dispiace.

D. Qual è attualmente la tua relazione con il pensiero anarchico? Hai fatto cenno a qualche rivista autoprodotta e a Moe Bowstern — ci sono delle idee che ritieni stimolanti, che ti fanno riflettere, tra le cose che leggi o che ascolti in giro?

R. Non molte, francamente. Ma non sono una persona politicizzata. I miei interessi non sono propriamente di natura politica, quanto sociale e morale. E la cosa terribile che sta succedendo al mio paese sotto l’amministrazione Bush ha limitato la mia attenzione al tentativo di trovare modi e alleati per resistere alla conquista corporativa/fondamentalista. Troverei stimolante chiunque avesse una chance di sconfiggere con l’intelligenza questa gang.

D. Hai letto qualche saggio/opera di fantascienza simile a (o che ti ricordi, o che si sia ispirata a) I reietti dell’altro pianeta? Trovi frustrante che si continui a far riferimento a un libro che hai scritto tanti anni fa? Hai rivisitato ultimamente quelle questioni in un modo che oggi abbia per te maggior significato?

R. Be’, ho parlato delle utopie pianificate (come Anarres) in un saggio intitolato “Una visione non euclidea della California come luogo freddo di domani” che è stato pubblicato nel mio libro Dancing at the Edge of the World del 1989; l’edizione tascabile era ancora in commercio l’ultima volta che l’ho cercata.
Lì proponevo (a me stessa, in ogni caso) di lasciare l’utopia modello per arrivare a qualcosa di più selvaggio — intento con cui ho scritto il romanzo utopico Sempre la valle, che difficilmente è visto come un’utopia perché non ha un progetto o un’affiliazione di natura politica.
Si tende a pensare che questo romanzo parli degli indiani. In effetti ho preso qualche elemento da diverse società native americane, ma credimi, i kesh del mio libro non sono indiani, né nessun’altra popolazione di mia conoscenza; ho tratto ispirazione da tutte le società non-capitaliste, più o meno basate sul consenso di cui ho trovato traccia. E per di più, mi sono concessa qualche libertà nei confronti di quella che chiamiamo “natura umana”. (E questo perché, da brava figlia di un antropologo, sono stata educata a diffidare di qualsiasi discorso sulla o convinzione nella “natura umana”. Perché finora la “natura umana” si è sempre rivelata una questione di opinione, non di osservazione.)
In quel libro, cercavo di parlare della stessa dicotomia che abbiamo sollevato qualche domanda fa — la società del consenso contro la società gerarchica; il governo attraverso la consuetudine piuttosto che per decreto; assegnazione dell’autorità in determinate occasioni, ma assenza di qualsiasi autorità permanente di alcun genere; obbligo di condivisione della ricchezza invece che aspettative di ammassare ricchezze; assenza di classi sociali, compresa la fondamentale, classista/di potere “divisione del lavoro” secondo linee di genere, una spiritualità costante, quotidiana, comunitaria, al posto di un unico dio, di una casta sacerdotale, del dogma, della “fede” — ecc.
Sullo sfondo della storia ho piazzato una società molto maschilista, gerarchica, bellicista, monoteista, per far risaltare il contrasto. Ma è un libro molto complesso, e in un certo senso elusivo, poiché davvero non volevo predicare ma semplicemente condividere questa idea, che ritenevo promettente, bella e appassionante. Ma non si presenta come un’utopia. Perciò nessuno è d’accordo con me nel sostenere che Sempre la valle (Always Coming Home, Mondadori, 1986) sia in realtà una visione utopica molto più radicale di quanto non sia Anarres ne I reietti dell’altro pianeta.
Ad ogni modo, il libro rappresenta il mio punto di arrivo in quella direzione.

D. In che modo il genere dei tuoi personaggi, specialmente Odo e Shevek, è per te importante?

R. Be’, come penso di aver provato a spiegare prima, in un romanzo le persone sono persone. Capita che abbiano un genere, nel modo in cui generalmente ce l’hanno le persone — fintantoché siamo d’accordo nel ritenere che per una buona parte delle persone, se non per tutte, il genere è in larga misura una costruzione sociale, non una fatalità fisica. OK?
Odo era una donna — forse perché così avrebbe potuto letteralmente incarnare alcune di quelle qualità anarchiche “femminili” di cui parlavamo — forse perché mi stuzzicava l’idea che fosse una donna (invece di un qualche tizio barbuto) a fondare un intero movimento sociale e infine un’intera società — Forse soltanto perché voleva essere una donna. Per quanto riguarda Shevek, be’, è un uomo, ecco chi è, chi vuole essere. Mi piace scrivere di uomini, e di signorine, di gay, e di etero e di gatti, chiamali come vuoi.
La gente è strana. Ecco perché ci sono gli scrittori.

D. Se dovessi riscrivere oggi I reietti dell’altro pianeta, che cosa cambieresti? Come sono cambiate le tue idee in merito all’anarchia?

R. Le mie idee non sono molto cambiate, ma lo sono io, motivo per cui oggi non potrei riscrivere quel romanzo — non sono più la stessa persona. Un romanzo non è fatto solo di idee. Coinvolge il corpo tanto quanto la mente, forse anche di più. Le idee sono belle e salde e solide e durature. I corpi no. I corpi sono molto anarchici e inaffidabili e, be’, vivi.
Fino a quando non muoiono e diventano idee. Io intendo rimanere corpo il più a lungo possibile.

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