Marco Aime – La macchia della razza. Storie di ordinaria discriminazione

579593_462339833815441_1302587753_nMarco Aime – La macchia della razza  (CLICCA QUI)

Lettera aperta a Dragan, un bambino rom come tanti altri, per cercare di spiegare a lui quello che noi stessi fatichiamo a capire.

Che cosa rivela la rabbia stupida di chi è spaventato dall’idea di essere in un mondo troppo grande e invece vive nello sgabuzzino polveroso della sua provincia mentale? In questa lettera aperta a un bambino rom, Aime ci invita a non avere paura e a riflettere su quanto sta accadendo a noi, alla nostra cultura. Se una volta, come tutte le culture, era disegnata a matita e c’era sempre una gomma per modificarla, adesso si sta chiudendo, irrigidendo, trasformando in un’arma per colpire. O peggio, in una gabbia di acciaio che più che proteggerci ci tiene prigionieri. E da lì assistiamo impotenti a fatti che ci appaiono inevitabili, sempre meno gravi, fino a sembrare normali. Come intingere il dito di un bambino nell’inchiostro per apporre su un foglio la macchia della razza. Ormai siamo come quei tifosi che non inneggiano più alla loro squadra, ma passano novanta minuti a insultare gli avversari, tifosi che hanno fatto dei colori di una maglia una terra di appartenenza per cui vale la pena combattere, fare male, persino uccidere. Una terra non da amare, ma utile a odiare gli altri.

La solitudine fa crescere la paura, Dragan, e allora ci inventiamo un nemico comune per credere di essere uniti e solidali. In realtà siamo solo capaci di un individualismo collettivo. Più ci sentiamo soli e più ci aggrappiamo a idee astratte e vaghe come l’identità, una parola buona per nascondere tutte le avarizie, tutti gli egoismi. Così la impugniamo come un bastone contro gli altri.

 

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