Michel Onfray – Il post-anarchismo spiegato a mia nonna

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“La storia dell’anarchismo è un immenso cantiere nel quale regna il massimo disordine”

“L’anarchia non è tanto un’ideologia da esprimere a parole, quanto una pratica da far vivere”

In questo «autoritratto con bandiera nera» Onfray rivendica la sua appartenenza a un anarchismo «non devoto» che si affranca dal catechismo rivoluzionario del Novecento. Convinto che questa concezione eretica del mondo sia un potente motore del mutamento sociale, comincia a mettere ordine in questo cantiere in cui si accatastano idee e pratiche, tracciando una vera e propria genealogia della rivolta. E lo fa distinguendo nettamente tra la tradizione hegeliana di un Bakunin o di uno Stirner e la tradizione pragmatica di un Proudhon o di un Reclus. è proprio quest’ultima che a suo avviso si salda con quella riflessione filosofica denominata French Theory, le cui intuizioni hanno fecondato l’anarchismo classico dando vita a un pensiero libertario contemporaneo. Il risultato è appunto quello che l’autore definisce post-anarchismo, ovvero un anarchismo per il ventunesimo secolo – immanente, contrattuale, pragmatico – la cui potenza politica libertaria appare più che evidente anche alla nonna di Onfray.

Recensione da Ilpopolodellescimmie

Nota: mentre scrivo la tastiera mi e saltata, mi scuso per i numerosi errori che riscontrerete

L’ultimo libro di Michel Onfray, farà discutere e su questo ci sono pochi dubbi.
L’agile volume dal titolo “Il post-anarchismo spiegato a mia nonna” (Eleuthera, p.91, 10 euro) è una riflessione del noto filosofo francese sull’anarchismo, un pensiero politico, un modo di essere che deve essere ri-attualizzato.

Il libro è diviso in due parti. La prima è una breve narrazione della vita di Onfray, di come è arrivato a innamorarsi del pensiero anarchico, grazie alla frequentazione con un barbiere, ex deportato, che gli prestò un volume di Volin, facendogli scoprire l’orrore sovietico. La seconda parte si addentra invece nel post-anarchismo, e quindi nella riflessione contemporanea che sviluppa il pensiero anarchico classico cercando di farlo convergere con il post-strutturalismo.

Se la prima parte lancia qualche frecciata a quella che viene considerata «Chiesa anarchica», è nella seconda che l’autore si fionda a capofitto in una critica aspra nei confronti di quello che considera un dogma. Ed è qui che l’autore farà discutere, bacchettando tutti i “millenaristi” che attendono una rivoluzione imminente, rifiutando, per statuto, Stato, elezioni, polizia etc. Onfray però non convince, e difficilmente potrebbe farlo in un così breve spazio. Al filosofo sembra facile rigettare il pensiero di Stirner affermando che «Per considerare Stirner un anarchico e sdoganarlo da ogni egoismo, bisogna non aver letto L Unico e la sua proprieta» o, ancora, criticando l’accezione di Godwin come “precursore dell’anarchismo”: «la sua opera è quella di un protestante millenarista che descrive l’avvento del paradiso in terra, in un remotissimo futuro, grazie alla persuasione e alla retorica». Ciò che rivendica è un’ «anarchia positiva», il post-anarchismo appunto, che, evitando di rifarsi a scritti di cento-duecento anni fa, è capace di attivarsi per ”l ora e subito” evitando di rinchiudersi in un dogma, quando si rifiuta quest’ultimo per natura.

Onfray tuttavia non convince affatto, l’analisi che offre è troppo limitata rispetto alla vastità di cio che mette in gioco. Lasciamo a chi legge il giudizio, ad esempio, su quanto scrive in merito al capitalismo:

Si confonde spesso il capitalismo, un modo di produzione delle ricchezze che presuppone la proprietà privata, con il liberalismo, un modo di ripartizione delle ricchezze così ottenute. Per questo potrebbe esistere un capitalismo libertario, proprio come c’è stato un capitalismo sovietico o come c’è un capitalismo ecologico, verso il quale sembra che ci stiamo dirigendo. (p. 56-57)

Messo il luce l’aspetto che chi scrive ritiene piu debole, bisogna ora sottolinearne i pregi. Quando afferma la volontà di un «anarchia positiva» Onfray ha ragione, ovvero c’è la necessità  di evitare solo la critica fine a se stessa per proporre una costruzione quotidiana della pratica anarchica. Allo stesso modo, quando afferma la necessità di andare oltre gli scritti degli autori dell’Ottocento, pone anche qui un problema! Se non è possibile mandare quasi tutto al rogo, come sembra fare lui, è tuttavia necessario ripensare l’anarchia attualizzandola.

Onfray cerca di estrapolare dai pensatori anarchici un nucleo comune che possa fornire un’interpretazione non contraddittoria della storia anarchica e, da qui, parte per farla convergere con il pensiero di Foucault, Deridda, Deleuze etc. Ciò che fa, nella provocazione costante, è una critica dura al mondo anarchico come mondo autoreferenziale e “negativo”. Ciò, credo, è sia un pregio che un difetto dell’autore. Se da una parte smuove utilmente le acque in tal senso, dall’altra sembra eccessivamente smanioso di de-costruire la storia e la cultura anarchica. Colpisce poi, il riferimento minimo che viene dato all’anarchismo italiano. Non certo per amor patrio ma perchè, storicamente, gli anarchici italiani hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo del pensiero anarchico [e forse a Onfray starebbe simpatico Berneri che non cita] e sembra quindi difficile eluderli.

Speriamo, infine, che la discussione si apra, almeno per dare dignità a questo sviluppo del pensiero anarchico [che si chiami post, neo o quello che si vuole] che in Italia sembra faticare [nonostante, ad esempio, un Salvo Vaccaro molto impegnato in questo ambito] ma che potrebbe dare linfa vitale a un movimento la cui luce sembra da fin troppo spenta.

A.

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