Isacco Turina – Maledire Dio: studio sulla bestemmia

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INTRODUZIONE
È un terreno sdrucciolevole, quello della bestemmia, poiché non si sa esattamente in che modo parlarne. In particolare, non si sa co-me nominarla: la reticenza risulterebbe forse più elegante, ma in un lavoro che pretenda di dar conto della realtà di un fenomeno socio-linguistico, una simile pruderie impedirebbe di attingere quel livello stesso di cui si vorrebbe parlare; senza aggiungere che non si farebbe altro che perpetuare una lunghissima tradizione di silenzio, la quale ha impedito appunto che si studiasse finalmente quell’elemento di lunga durata della lingua italiana che è la bestemmia. È stata la lette-ratura a rompere per prima il ghiaccio e a trascrivere l’innominabile vizio italiano, cercando anche di darne ragioni, guardandolo talvolta con benevolenza e, nei risultati migliori (in particolare con i romanzi di Luigi Meneghello), a indagare il sostrato culturale che da secoli la fa esistere. Ma linguisti e sociologi, a mia conoscenza, non vi hanno ancora messo mano. Pure non mancherebbero motivi per farlo, visto il fascino esercitato, ai nostri giorni, da tutto ciò che sembra in via di estinzione; e la bestemmia, se pur ancora fiorisce, pare comunque aver perso di vivacità (anche se mancano documenti storici attendi-bili sui quali compiere un’analisi diacronica): le leghe antiblasfeme, numerosissime fino alla metà del secolo, sono enormemente ridotte di numero e di forze; il progressivo affermarsi della lingua italiana rende insostenibile l’uso della bestemmia, stigmatizzata come abitu-dine dialettale; il generale abbassamento della sensibilità religiosa diminuisce la reattività sociale a questo tipo di peccato. Le cause, in-somma, vanno cercate in quei diversi fattori raccolti sotto il nome di “secolarizzazione” o “globalizzazione”: la bestemmia è legata a real-tà regionali, e in particolare ai dialetti; è legata ad un preciso modo di intendere la religione, ad una condivisione puramente esteriore cui si oppone ogni idea di un culto interiore, soggettivo e spirituale; la bestemmia, voglio dire, è figlia dei paesi cattolici. È praticata so-lamente in Spagna, Italia e Québec, dove la cultura cattolica gode ancora di un certo seguito. Nel medioevo, invece, le forme di bestemmia (che all’epoca erano, per lo più, degli spergiuri) erano dif-fuse in tutta Europa. La Riforma prima, e l’Illuminismo poi, l’hanno resa incomprensibile nei paesi in cui hanno trionfato. Non sarà un caso se, attualmente, i soli codici penali che ne prevedono l’incriminazione sono quello italiano e quello spagnolo. Ma è para-dossale vedere come certi propagandisti antiblasfemi additassero la modernizzazione, in tutte le sue forme, come causa principale della bestemmia: al contrario, opponendosi ai dogmi del cattolicesimo, il progresso dei paesi occidentali ha svuotato di senso la bestemmia. Essa non è traducibile: chi non abbia una specifica competenza della lingua italiana non può afferrarne la sostanza, per quanto possa co-glierne il senso letterale; dal canto suo, il parlante italiano sa come si bestemmia, anche se sceglie di non farne uso per tutta la vita.
Ma forse non è bene dare giudizi definitivi su un fenomeno tal-mente sfuggente. È possibile infatti che la bestemmia sopravviva an-che ai cambiamenti sociali, così come si è mantenuta intatta proba-bilmente per un intero millennio. Molti immigrati extracomunitari ad esempio ne acquisiscono l’abitudine, e anche in uno spazio moderno e globalizzato come quello che si è aperto con internet, le bestemmie sono facilmente reperibili, soprattutto in quei siti in cui ognuno è in-vitato a scrivere una cosa qualsiasi, come su di un muro: queste su-perfici non tardano a riempirsi di bestemmie. Nell’impossibilità quindi di fare previsioni sul futuro della pratica blasfema, il mio compito sarà quello di tentare di definirla, sia storicamente che, per così dire, concettualmente.

Innanzitutto sarà bene precisare che, nella bestemmia, tra con-cetto e uso lo scarto è notevole: il concetto è di origine religiosa, e come tale, in un’accezione simile a quella del termine “eresia”, esso può essere compreso da chiunque. Al contrario il suo uso è variabile, poiché si concreta in moduli linguistici che cambiano da una cultura all’altra: esistono formule precise per la bestemmia, diverse nei vari paesi in cui si bestemmia; anche all’interno dell’Italia, pur esistendo alcune formule blasfeme che costituiscono una sorta di koinè, la maggior parte delle occorrenze è racchiusa in un contesto regionale, addirittura, talvolta, idiolettale. Ma pur ritenendo di dover opporre l’argomento dell’uso a chi, per meglio combatterla, la vorrebbe con-siderare solo dal punto di vista del concetto, sono comunque costret-to ad un doppio gioco: devo cioè smascherare anche le ragioni dei bestemmiatori, i quali, se interpellati, si aggrappano in genere alla scusante dell’abitudine o dell’ira, che renderebbero la bestemmia ri-spettivamente un intercalare o uno sfogo. Non credo che questo sia del tutto vero, o quanto meno non lo trovo sufficiente a spiegare la bestemmia, la quale mantiene in sé una forte connotazione di prote-sta indiretta e di resistenza alla cultura cattolica ufficiale.

Queste le ragioni per cui ho ritenuto di dover citare, apertis ver-bis, le bestemmie: esse rappresentano, in fin dei conti, l’unico dato empirico che io possa portare a sostegno della mia ricerca, la quale, per il resto, si basa su un lavoro di raccolta, confronto e commento di documenti scritti.
Nel primo capitolo presento una rassegna della letteratura esi-stente in materia, e distinguo i due significati del termine: da una parte quello dotto e dottrinario, dall’altra quello popolare e pragma-tico. Espongo inoltre alcune ipotesi circa l’evoluzione storica della bestemmia italiana, e infine tento una tipologia, divisa per classi formali, delle bestemmie italiane. Questo corpus non pretende di es-sere esauriente: la mia ricerca ha purtroppo dei limiti precisi, in par-ticolare per quanto riguarda ciò che è dovuto alla mia esperienza personale: essa è confinata alla provincia di Verona, e, in misura mi-nore, a quella di Mantova. Sulle bestemmie toscane, romagnole e soprattutto meridionali, ho dovuto affidarmi a resoconti altrui o ai rari studi pubblicati.
Nei due capitoli centrali ho provato a tracciare una “storia degli effetti”: abitudine aborrita in ogni tempo dalla cultura ufficiale, e spesso anche dall’autorità in carica, i documenti scritti che riguarda-no la bestemmia hanno esclusivamente lo scopo di combatterla. Si tratterà quindi di atti processuali, testi di leggi antiblasfeme, predi-che e trattati volti a sradicare la mala pianta. A nobilitare questa mia esposizione, prettamente compilativa, può forse intervenire il fatto che si tratta di documenti per lo più sconosciuti: lettere pastorali di vescovi, decine di opuscoli antiblasfemi pubblicati dalle autorità ec-clesiastiche, la vicenda dimenticata del Movimento civile antibla-sfemo di Verona, che intrecciò indissolubilmente il vituperio della bestemmia con l’elogio del regime fascista. Sono storie che illustra-no la manipolazione ideologica subita da questa entità sfuggente e sempre clandestina che è la bestemmia, adoperata in vario modo dal-la retorica che, di volta in volta, saliva sul pulpito o sul palco. Oltre a questi documenti minori, ho riportato brani tratti da autori che hanno un posto nella storia della letteratura e della lingua italiane, da Ber-nardino da Siena a Paolo Segneri, da Domenico Cavalca a Paolo Sarpi.
In ambito legislativo la dottrina ha premuto molto, negli scorsi decenni, per un adeguamento del codice penale alla mutata realtà so-ciale: le temute reazioni di popolo invocate per giustificare la previ-sione di reato, si sono rivelate sempre più inconsistenti (tranne in ca-si eclatanti, come quello di una bestemmia pronunciata in diretta te-levisiva). Ma per lungo tempo il legislatore è rimasto inerte, mentre la diatriba che opponeva “abolizionisti” a “proibizionisti” si faceva accesa; la soluzione è stata per ora quella del compromesso, con una nuova coloritura ideologica: la bestemmia italiana, da abitudine vol-gare e specifica di una cultura e di una religione, da segno di una so-cietà chiusa e conservatrice, è divenuta sinonimo di una qualunque offesa verbale ad una qualsivoglia religione. Non credo che questo potrà favorire la convivenza pacifica di culture diverse.
Nell’ultimo capitolo tento un’analisi ravvicinata degli aspetti linguistici della bestemmia, dando una classificazione delle funzioni che essa può occupare nella grammatica e nel discorso, nonché dei vari espedienti fonetici grazie ai quali la si può mascherare. Esamino anche il suo statuto di interiezione, che rimane comunque ambiguo: per essere una frase esclamativa ad elevata frequenza d’uso, presenta infatti una pregnanza e una violenza semantiche del tutto anomale.

Infine presento alcuni brani letterari in cui gli autori si sono ser-viti della bestemmia come mezzo stilistico, e cerco di individuarne alcune costanti, sottolineando però anche le spiccate individualità dei passi, la cui riuscita dipende spesso dal modo in cui lo scrittore è riuscito a fondere la crudezza dell’imprecazione con le ragioni e il contesto del suo uso. Attraverso i pochi esempi che ho raccolto cer-co inoltre di mostrare come, da parte di scrittori stranieri, la be-stemmia sia stata usata per caratterizzare i personaggi italiani o di o-rigine italiana.
La diversità degli approcci seguiti si giustifica con il fatto che ancora non esistono, a mia conoscenza, monografie complete sul fe-nomeno della bestemmia, e dunque nemmeno filoni interpretativi o documentari a cui rifarsi. Ho quindi inteso scrivere una sorta di “manuale della bestemmia”, che, per ognuna delle possibili prospet-tive, presenti alcuni spunti per eventuali ricerche ulteriori, e che ri-porti alla luce, completando i dati empirici con lo studio di quanto già è stato scritto, la tradizione e la realtà di un elemento provocato-rio e temuto della cultura italiana.
Vorrei accennare, in chiusura, ad alcune possibili linee di ricer-ca per eventuali approfondimenti del tema in questione. Innanzitutto potrebbe risultare interessante una ricerca sociolinguistica su base geografica, volta a stabilire l’effettiva diffusione della bestemmia nelle varie zone d’Italia (verificando anche se vi siano formule che sono “preferite” rispetto ad altre). Allargando invece il campo, si po-trebbero analizzare da vicino le varie occorrenze di figure religiose nell’italiano parlato (espressioni come “Dio solo lo sa”, o “povero cristo”, curiosamente equivalente a “povero diavolo”). Ancora, po-trebbe fornire dati rilevanti uno studio comparato dell’atto linguisti-co nelle varie religioni, se, come ipotizzo nel capitolo quarto, la sua ampia presenza e significatività all’interno della religione cattolica ha un peso tra i fattori determinanti la bestemmia. Infine, uno studio aggregato del lessico interdetto nelle varie lingue porterebbe forse a scoprire una complementarità fra la sfera dei termini scatologici e sessuali, e quella delle parole religiose (ne potrebbe essere un indi-zio, ad esempio, il fatto che la bestemmia è forse l’unico caso, per quanto metaforico, di una offesa rivolta al padre: gli insulti, nor-malmente, si rivolgono alla madre dell’insultato), entrambe colpite da tabù. Gli sviluppi quindi potrebbero andare sia in direzione di una maggiore aderenza ai dati, che di una più ampia speculazione teori-ca. Questo lavoro, in assenza di studi specifici, ha cercato per il momento di bilanciare le due componenti.

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