Luigi Biondi – La stampa anarchica italiana in Brasile (1904-1905)

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Introduzione
La grande espansione dell’economia cafeeira alla fine del secolo XIX è il risultato, e allo stesso tempo la causa, della intensa corrente immigratoria che investe il Brasile a partire dal biennio 1878-1880: migliaia di italiani, spagnoli, portoghesi, si dirigono verso gli stati di São Paulo e Rio de Janeiro.
In particolare, gli italiani affluiscono nelle campagne e nei centri urbani paulisti, poichè è nello stato di São Paulo che si sviluppa in misura maggiore la nuova economia di esportazione del caffè, che a sua volta innescherà la prima industrializzazione del paese.
Tra il 1880 e il 1902 sono circa un milione gli italiani che entrano in Brasile, costituendo il 60% del complesso degli immigrati: addirittura, nel decennio 1888-1897, gli italiani emigrarono per il Brasile più che per ogni alto paese, grazie soprattutto alle sovvenzioni concesse da governo brasiliano per gli immigrati che intendessero lavorare nelle fazendas di caffè. Nel 1902, col decreto Prinetti, lo Stato italiano proibisce l’emigrazione sussidiata verso il Brasile, pur consentendo quella spontanea, che continuerà ininterrottamente con un certo rilievo fino al 1919-20. Tuttavia, di tutti gli italiani entrati in Brasile fra il 1880 e il 1920, il 74% circa arrivò prima del 1903.

Per comprendere l’importanza che questo grande afflusso di europei ebbe sulla vita del Brasile, basti pensare che nell’anno 1893 la città di São Paulo contava, su una popolazione di circa 130.000 abitanti, più di 70.000 stranieri, in maggioranza italiani, e in parte spagnoli e portoghesi.
La crescita industriale conseguente all’espansione dell’economia fece sì che gli immigrati trovassero lavoro non solo nelle fazendas, ma anche nei centri urbani.

I porti di Rio de Janeiro e di Santos accolsero migliaia di lavoratori provenienti soprattutto dal Portogallo, mentre verso le officine di São Paulo si diressero i lavoratori italiani provenienti dalle fazendas di caffè pauliste, o direttamente dalla madrepatria. Nell’anno 1900, quasi il 90% degli operai industriali nello stato di São Paulo erano stranieri, e più del 70% era costituito da italiani. Sempre nello stesso Stato, nel 1912, l’80% degli operai tessili erano stranieri: il 65% formato da lavoratori di nazionalità italiana (è forse opportuno ricordare che il settore tessile era preponderante nella giovane industria brasiliana; e inoltre che queste percentuali non tengono conto dei nati in Brasile da genitori italiani, e dei naturalizzati). La grande crescita demografica della città di São Paulo fu dovuta in gran parte alla corrente migratoria precedente la prima guerra mondiale, al punto che nel 1920 quasi i 2/3 dei suoi abitanti erano stranieri o loro discendenti, e gli italiani costituivano più della metà della popolazione adulta maschile. Diversa era la situazione della città di Rio, nella quale gli italiani si limitavano ad essere una piccola minoranza, superati di gran lunga dai portoghesi, che costituivano in molti settori la maggioranza relativa dei lavoratori ivi impiegati.

Questi dati ci riportano alla questione di fondo dell’influenza operata dagli immigrati italiani nella nascita e nella evoluzione del movimento operaio brasiliano, inducendoci a focalizzare l’analisi sullo stato di São Paulo.
I primi nuclei politici all’interno della vasta colonia italiana si formarono in antagonismo alle associazioni italiane di mutuo soccorso, solitamente filomonarchiche. Già negli anni ‘90, anarchici, socialisti e repubblicani fondano a São Paulo la Lega Democratica; mentre con Gli Schiavi Bianchi, giornale nato nel 1892, si apre la lunga stagione dei periodici anarchici. Man mano, infatti, che l’industrializzazione del paese procede, fanno la loro comparsa gruppi politici sempre più numerosi, legati soprattutto a militanti socialisti o anarchici provenienti direttamente dall’Italia. Questo primo fiorire di giornali, gruppuscoli, e piccole leghe di resistenza, è immediatamente stroncato dalla polizia paulista; ma la repressione crispina degli ultimi anni del XIX secolo porterà in Brasile una nuova “leva” di socialisti e anarchici. Nel 1897 giunge a São Paulo l’anarchico romano Gigi Damiani, nel 1901 l’anarchico toscano Alessandro Cerchiai, mentre tra i socialisti troviamo i nomi di Alceste De Ambris (che fondò, nell’anno 1900, il giornale Avanti!, autonoma edizione paulista dell’omonimo italiano), e Antonio Piccarolo (che in Italia aveva partecipato al congresso costitutivo del PSI, ma che giunse, tuttavia, nel 1904).
Durante i primi decenni del ‘900, sia il movimento socialista che quello anarchico incontreranno una larga diffusione all’interno della colonia italiana dello stato di São Paulo, benchè quasi esclusivamente tra i ceti urbani artigiani ed operai. I gruppi anarchici, tuttavia, dimostreranno una maggiore vitalità e diffusione, attestate da un numero maggiore di associazioni dedite alla propaganda o all’attività sindacale, e dalla costante presenza di almeno un periodico (l’Avanti! di São Paulo, al contrario, scomparve per qualche anno dopo il 1908, per ricomparire soltanto nel 1914-15).

Ma è proprio intorno alla diffusione del movimento anarchico che è nato un dibattito all’interno della storiografia brasilianista. Secondo P. S. Pinheiro e M. Hall, il ruolo degli anarchici all’interno delle leghe operaie e dei sindacati è stato sopravvalutato: analizzando le risoluzioni dei congressi della Confederação Operária Brasileira, avvenuti nel 1906 e nel 1913, Pinheiro sostiene che, pur essendo presenti innumerevoli accenni alla pratica sindacalista soreliana, il tono era molto più sindacalista che rivoluzionario; e aggiunge che i sindacati erano precari e che raggiunsero solo una piccola percentuale della classe operaia, non essendoci i presupposti per una sindacalizzazione di massa permanente.

Lo storico nordamericano S.L. Maram, invece, afferma che gli anarcosindacalisti incontrarono un largo successo fra i lavoratori di São Paulo perchè la loro azione e propaganda, al contrario di quella socialista, non prevedeva l’integrazione degli immigrati nel nuovo paese d’adozione attraverso l’accettazione della cittadinanza brasiliana. Quasi tutte le correnti storiografiche tendono, inoltre, a legare la diffusione relativamente ampia del movimento anarchico con la fase di industrializzazione attraversata dal Brasile, caratterizzata dalla presenza, oltre che (come negli altri paesi agli inizi del processo di industrializzazione) di un ampio ceto artigiano, di un’unica grande industria (quella tessile), di ceti operai legati ai settori dei trasporti e dell’edilizia, anche di una costante offerta di mano d’opera dovuta al continuo flusso di immigrati e di una discreta mobilità sociale. Altra spiegazione comunemente utilizzata è quella che fa riferimento ai paesi di origine degli immigrati, che provenivano da stati come Portogalllo, Spagna, Italia, nei quali l’anarchismo era abbastanza diffuso e radicato.
Ancora non risolta è, invece, la questione che riguarda la reale esistenza di una diversità tra anarco-sindacalismo e sindacalismo rivoluzionario all’interno del movimento operaio brasiliano. Se per uomini come Alceste De Ambris o Giulio Sorelli (il primo sindacalista rivoluzionario, il secondo anarco-sindacalista), è semplice individuare i loro riferimenti teorici, lo stesso non si può dire per la gran parte dei militanti e leaders delle varie leghe di resistenza. A questa confusione se ne aggiunge una ulteriore, per cui il movimento anarchico brasiliano viene presentato monoliticamente, senza tenere conto che al suo interno vi sono anche consistenti gruppi contrari all’organizzazione sindacale (a proposito di questa approssimazione gioca un ruolo importante la genericità delle fonti giudiziarie e della stessa stampa, che danno a qualsiasi militante “sovversivo” l’appellativo di anarquista, benché ciò avvenga spesse volte in modo conscio, al fine di creare la figura-mito del sovversivo violento e sanguinario).
Al contrario, invece, gli anarchici presentano, in Brasile, la stessa varietà di posizioni che si riscontra in Europa: si passa da un individualista come Spadea, agli anarcosindacalisti come Sorelli e Magrassi, fino ad arrivare a Cerchiai, Damiani, Ristori, diffidenti nei confronti della lotta sindacale.
La mia tesi cercherà di chiarire in parte tali questioni, oltre ai motivi della diffusione dell’anarchismo all’interno della comunità italiana, attraverso l’analisi del settimanale anarchico La Battaglia di São Paulo, osservatorio privilegiato del movimento operaio, essendo l’unico giornale politico di lingua italiana in Brasile ad estendere le sue pubblicazioni ininterrottamente dal 1904 al 1913.
La fonte principale studiata, quindi, è costituita da tale periodico, fondato da Oreste Ristori nel giugno del 1904. E’ il giornale anarchico più importante e, pur essendo contrario all’azione anarcosindacalista, si presenta sin dall’inizio come la palestra per eccellenza degli anarchici italiani in Brasile: aperto al dibattito tra tutte le correnti, ospita gli interventi dell’anarchico individualista Spadea, degli anarcosindacalisti come Giulio Sorelli, degli operai impegnati nelle leghe di resistenza, così come quelli di poco conosciuti neomalthusiani.
La redazione del giornale era composta da Oreste Ristori e Alessandro Cerchiai (con l’assidua collaborazione di Angelo Bandoni) e, in seguito, da Gigi Damiani (che fino al 1908 era stato il corrispondente dallo stato del Paranà), ed è stata definita dal commissario di polizia inviato in Brasile, Alliata-Bronner, nel suo rapporto del 1909, come il gruppo anarchico più intellettuale fra quelli compresi in São Paulo.
Il giornale di Ristori non è però soltanto un giornale di propaganda o di dibattito teorico, ma anzi funziona come raccordo fra tutti i circoli anarchici presenti nello stato di São Paulo, come organo di analisi della realtà brasiliana e di denuncia degli episodi di sfruttamento della classe operaia, e come anello di collegamento col movimento anarchico internazionale, assumendo le caratteristiche di una delle tante isole dell’arcipelago dell’esilio anarchico italiano. Anzi, il motivo principale per cui è stato scelto come fonte insostituibile è costituito dal fatto che ci consente di acquisire delle nozioni sulle condizioni di vita dei lavoratori e sulla loro attività politica difficilmente reperibili in altro modo.

Le rubriche fisse dedicate alle corrispondenze dall’interno dello Stato, di cui alcune specialmente dedicate ad illustrare le condizioni di vita dei coloni italiani nelle fazendas, ci informano anche sulla evoluzione del movimento operaio nelle località pauliste, ovunque esista una comunità italiana (in pratica, quindi, ci danno una visione dettagliata e capillare della vita politica di tutto lo Stato). A questa rubrica si aggiunge quella che ci consente di tastare il polso del movimento operaio nelle città in cui esistono officine e manifatture: relazioni su scioperi, condizioni di lavoro, livelli salariali, riunioni sindacali, nei centri di Ribeirão Preto, Campinas, Piracicaba, Santos, e São Paulo. Inoltre, dalle descrizioni delle feste di propaganda, dei comizi, dagli interventi dei lettori, riusciamo a farci un’idea della penetrazione dell’anarchismo nella vita quotidiana di molte famiglie operaie e artigiane: uno spaccato della sociabilità nei quartieri popolari della São Paulo dei primi decenni del secolo.

Per avere, tuttavia, una visione più ampia, mi sono spinto a seguire le vicende del movimento anarchico paulista attraverso lo studio di altri quattro periodici, con i quali il gruppo di Ristori prosegue l’esperienza cominciata con La Battaglia, accompagnando, tra l’alternarsi di crisi e riprese, l’evoluzione del movimento operaio brasiliano. I giornali in questione sono: La Barricata (1912-1913), La Barricata – Germinal (bilingue, 1913), La Propaganda Libertaria (1913-1914), Guerra Sociale (1915-1917).

Pur offrendoci un vasto e unico panorama, l’esplicita parzialità di tali fonti già ci mette in guardia rispetto a facili generalizzazioni, e ci costringe ad andare cauti nel tirare conclusioni poi difficilmente verificabili a causa della scarsità di altre fonti (come atti di processi, rapporti di polizia, statistiche economiche o demografiche). Tuttavia, ho avuto la fortuna di poter utilizzare parte di ciò che resta di queste fonti, in modo da equilibrare quelle costituite dai giornali.

Per quanto riguarda la periodizzazione ho pensato di partire dall’anno di fondazione de La Battaglia, il 1904, e seguire, poi, le vicende del gruppo fondatore del giornale attraverso i periodici che proseguono l’opera di propaganda e coordinamento dell’anarchismo dopo il 1912, anno di chiusura del settimanale di Ristori. Tuttavia, benché il periodico Guerra Sociale continui ad essere pubblicato fino al 1917, ho ritenuto opportuno fermarmi al 1915, per due motivi. In primo luogo, affrontare l’anno 1917 avrebbe significato confrontarsi con un periodo denso di avvenimenti, come gli scioperi che tra maggio e luglio scuotono la città di São Paulo con una forza e una partecipazione mai vista prima, e che per la loro importanza richiederebbero per sè soli un lavoro di tesi con un confronto tra i periodici di tutte le forze in campo, visto che in quel momento le correnti anarcosindacaliste hanno già preso il sopravvento, e la rivoluzione russa di Febbraio ha portato una ventata di dubbi e di novità all’interno del movimento operaio brasiliano. In secondo luogo, mi è sembrato interessante concludere il lavoro con l’analisi del dibattito intorno all’intervento nella Prima Guerra Mondiale, che divise lo stesso movimento anarchico a livello internazionale, e che può essere riassunto nelle posizioni di Kropotkine e Malatesta (il primo a favore, l’altro contro).

La struttura de La Battaglia è composta dall’editoriale in prima pagina, che da un evento specifico alla realtà brasiliana o paulista prende spunto per propagandare le teorie anarchiche, riportando tutto alla critica generica dei mali del capitalismo; da articoli di propaganda tratti da altri giornali anarchici (soprattutto italiani e francesi); dalle rubriche fisse di denuncia delle condizioni di vita dei lavoratori italiani nelle fazendas e nelle fabbriche dello stato di São Paulo. Altra sezione fissa del giornale è quella delle “Corrispondenze”, nelle quali i vari militanti dell’interno dello stato illustrano i principali avvenimenti politici e culturali delle località nelle quali vivono, offrendoci un “misuratore” della attività e diffusione del movimento all’interno della colonia italiana. Importanti, al fine di dare una dimensione al movimento anarchico, sono anche le sezioni della posta e delle sottoscrizioni, attraverso le quali si viene a conoscenza dei legami tra i circoli e gruppi vari, sia al livello locale che internazionale (costanti sono le relazioni con gli anarchici argentini, ad esempio).

La condizione di immigrati, vissuta dai membri del gruppo editore, rende partecipe il giornale anche del dibattito politico che si svolge nella madrepatria: a volte si ha proprio l’impressione che il mondo italiano prenda il sopravvento su quello brasiliano. In realtà, però, si può affermare che il tentativo di analisi e di intervento sulla realtà del Brasile prevale sicuramente, anche perchè ci troviamo di fronte a degli internazionalisti convinti. Da un punto di vista strategico, inoltre, il gruppo de La Battaglia tende a rivendicare una “brasilianità” anche per contrastare la costante diffusione, da parte del governo brasiliano, dell’equazione mitica: terrrorista=anarchico=straniero. Tuttavia, una delle cause che resero estranea alla propaganda buona parte dell’elemento autoctono fu una sorta di etnocentrismo che traspare con forza dagli articoli del giornale, per cui i brasiliani sono considerati alla stregua di un popolo arretrato, rimasto all’età medievale, dominato dalla ”superstizione” religiosa ancor più dei contadini italiani che lavoravano nelle fazendas.
Questa visione del Brasile ha il suo fondamento nella spiegazione che gli anarchici danno della situazione economica del paese. Se da una parte si rendono bene conto che il Brasile è dominato da una economia di esportazione legata al caffè, dall’altro pensano che questa sia fondamentalmente basata su meccanismi feudali. L’analisi delle condizioni di lavoro dei coloni italiani, che avviene tramite la rubrica “Dalle Caienne Brasiliane”, denuncia proprio questo: che le forme di sfruttamento dei contadini immigrati sono di tipo feudale, anzi, addirittura di tipo schiavistico, sostenendo la tesi che la schiavitù, in realtà, non è mai stata abolita, e che costituisce comunque un vizio d’origine della società brasiliana. Se questa concezione non resiste a critiche più accurate, tuttavia ha il merito di riconoscere nel proletariato delle campagne il referente principale della propaganda rivoluzionaria. Ristori comprende che il fulcro del sistema economico brasiliano è costituito dal caffè, e lo attacca, quindi, con una intensa campagna tesa a frenare l’immigrazione verso il Brasile dei contadini italiani, portoghesi e spagnoli, in modo da impedire che la continua offerta di mano d’opera consenta ai baroni del caffè di tenere sempre basso il costo del lavoro.
La fuga dalle fazendas, non certo dovuta agli effetti di questa propaganda, aumentava di anno in anno il proletariato urbano di São Paulo. Ne segue che l’attenzione del giornale si sposta sempre più sulla questione operaia (che tuttavia non era mai stata abbandonata). Rispetto a tale questione, la posizione del gruppo si fonda su una critica alla tattica degli scioperi, sottolineando l’inutilità di leghe di resistenza guidate da gerarchie e da strategie riformiste. Secondo Ristori e Cerchiai, la lega, il sindacato, sono dei gruppi politici qualsiasi, magari anche da privilegiare, ma in cui gli anarchici devono entrare per fare propaganda, per “educare”, senza lasciarsi coinvolgere dalla lotta sindacale, pur sostenendo e partecipando alle agitazioni operaie, momenti considerati di “ginnastica rivoluzionaria” in cui prevale lo spirito di solidarietà.

Il primo Congresso Operaio Brasiliano, nell’aprile del 1906, è aspramente criticato, così come il grande sciopero che sconvolge lo stato di São Paulo nello stesso anno, iniziato dai ferrovieri e poi soffocato nel sangue dall’esercito, anche se viene esaltato come prova di un risveglio operaio e come manifestazione di massa in una realtà giudicata sonnolenta. Anche lo sciopero generale del maggio 1907 nei centri più importanti dello stato, promosso per ottenere le otto ore di lavoro, è oggetto delle critiche del giornale, benchè La Battaglia si offra come portavoce delle proteste e delle richieste degli operai. E’ interessante sottolineare, infatti, la particolare strategia portata avanti da questo periodico anarchico, che dal punto di vista teorico attacca continuamente l’azione della neonata Federazione Operaia di São Paulo, mentre allo stesso tempo pubblica gli elenchi dei crumiri, gli appelli allo sciopero, i resoconti delle riunioni sindacali, proponendosi come la tribuna principale del movimento operaio paulista.
Tra il 1907 e il 1911 numerose località dell’interno hanno un circolo anarchico che segue le linee de La Battaglia e organizza feste e conferenze di propaganda.

Analizzando la rubrica delle corrispondenze si può stabilire in linea di massima che la base sociale di tali gruppi va ricercata all’interno dei ceti artigiani, comprendendo perfino piccoli proprietari terrieri, commercianti, professionisti, e ovviamente operai. Per quanto riguarda questi ultimi, tuttavia, si dovrebbe sottolineare che costituiscono sì una percentuale consistente dei lettori del giornale, ma che lo usano soprattutto come tribuna per le loro denunce più che come riferimento teorico, propendendo maggiormente per la pratica sindacalista.

Fra il 1908 e il 1912 si ebbe un considerevole declino dell’attività del movimento operaio, dovuto alle deportazioni e alla repressione violenta della polizia che disarticolò facilmente sindacati che avevano una base ancora troppo fragile. La crisi è inizialmente assorbita da La Battaglia, soprattutto perchè il suo fine è quello di riferirsi a tutte le classi lavoratrici, come dimostra la costanza con cui si persegue l’obiettivo di coinvolgere soprattutto i coloni delle fazendas, e anche perchè il disinteresse nei confronti delle leghe sindacali non li danneggia nell’opera di propaganda fra gli operai nel momento in cui queste scompaiono, anzi li convince sempre più che la posizione anarcosindacalista è errata.

Gli scioperi del 1912 si risolvono in un nulla di fatto, e la crisi del movimento operaio, che non riesce a trovare una guida politica, si riflette anche sulla vita del giornale, che, cambiato nome in La Barricata, si vede costretto ad uscire dopo circa un anno con due sole pagine, unito alla testata anarchica in lingua portoghese Germinal.
Il nuovo giornale di Damiani, Bandoni e Cerchiai (che nasce nel luglio del 1913 e termina nel dicembre del 1914, col nome di La Propaganda Libertaria), con la critica alla lotta sindacale si chiude sempre più intorno ad una sterile attività di propaganda, come evidenziato dalla maggioranza degli articoli destinati al conflitto europeo e al dibattito su interventismo e neutralismo. Questo parziale ripiegamento sui fatti peninsulari bene risalta col numero unico dedicato alle vittime della settimana rossa di Ancona, pubblicato da un comitato composto da socialisti, anarchici e repubblicani, ma redatto quasi interamente da Gigi Damiani.

Con Guerra Sociale, sempre redatta da Bandoni, Cerchiai e Damiani, e il cui primo numero esce l’11 settembre 1915, prosegue la campagna contro la guerra, ma questa servirà anche come motivo per la ripresa di un dialogo con le altre forze del movimento operaio, paulista prima e brasiliano poi. I tre redattori sono convinti che la guerra si estenderà al più presto anche in Sudamerica, e affermano che il proletariato brasiliano dovrà mobilitarsi , soprattutto, per prepararsi alla guerra sociale con la quale il conflitto mondiale terminerà. A tale scopo, proprio alla fine del 1915, aprono sul giornale un dibattito sulla opportunità di una unità di azione con i socialisti, ed un altro in cui si confrontano le posizioni degli anarchici pro o contro il sindacalismo.
Per concludere, vorrei tornare alla domanda iniziale, quali furono, cioè, i fattori che permisero un’ampia diffusione del movimento anarchico, come sembra suggerirci la longevità di un foglio come La Battaglia, che, voglio ricordare, venne puntualmente pubblicato con una periodicità settimanale lungo tutto il periodo della sua vita, e con una tiratura che solo nell’ultimo anno scese sotto le 3000 copie, e in alcuni anni si mantenne sulle 5000, tra l’altro con una omogenea diffusione su un territorio pari a quello italiano. Nello stesso periodo di tempo, se diamo un’occhiata al panorama italiano, sono pochi i periodici anarchici, pubbligati con regolarità, che riescono a superare i tre anni di vita (ad esempio lo stesso “organo degli anarchici italiani”, L’Alleanza Libertaria di Roma, che venne pubbicato tra il 1908 e il 1911): a parte Il Libertario di La Spezia (1903-1922, settimanale) e L’Agitazione di Roma (1901-1906), non ve ne sono altri di pari importanza, eccettuando comunque due periodici come L’Università Popolare del Molinari (1901-1918), e Il Pensiero di Fabbri (1903-1911, quindicinale), che però non rientrano nello stesso tipo de La Battaglia o degli altri sopra citati, dedicandosi soprattutto alla propaganda teorica del pensiero anarchico. Bisogna aggiungere, poi, che la tiratura dei periodici anarchici fu piuttosto limitata nella stessa Italia, e non si discostò di molto da quella massima de La Battaglia. Più fortuna ebbero certamente quei periodici in lingua italiana pubblicati nei paesi in cui erano presenti forti comunità di immigrati, come fu il caso de La Questione Sociale e di Cronaca Sovversiva negli Stati Uniti, oppure de Il Risveglio di Ginevra, o L’Agitatore di Buenos Aires, senza contare i vari fogli editi dal Malatesta a Londra.
Certamente, una tesi incentrata soltanto sulla stampa non basta a spiegare la diffusione del movimento anarchico tra gli immigrati italiani in Brasile, nè d’altronde è questo lo scopo principale della presente ricerca. La stampa è semmai un indicatore di tale diffusione, anche se, comunque, ci può dare un quadro quanto mai ampio dell’attività e della influenza dei libertari all’interno del movimento operaio, e della vita politica e sociale brasiliana. Il giornale rimane pur sempre una fonte parziale, non sufficiente ad illuminarci sulle cause strutturali di tale fenomeno, anche se ne è certamente una spia fondamentale, considerando tra l’altro che è una finestra aperta sul movimento.

Dobbiamo quindi premettere che non è questa la sede per tracciare una sorta di conclusione, o di bilancio, dell’anarchismo italiano in Brasile, ma non possiamo fare a meno di tentare di dare una breve risposta ad alcune ipotesi già lanciate, ma ancora da verificare completamente, o di suggerirne di nuove.
Se ci chiediamo chi era il destinatario dei periodici anarchici non abbiamo dubbi nell’individure come lettore principale l’immigrato italiano, e sono molteplici gli articoli dei periodici esaminati che insistono su ciò, e d’altronde la precentuale degli articoli in portoghese è talmente bassa che non dà luogo a dubbi di sorta. Se ciò fu dovuto soprattutto al fatto che la maggioranza del proletariato urbano e soprattutto contadino nello stato di São Paulo era composto da italiani, dall’altra parte però ci dobbiamo chiedere chi erano quei 5.000 lettori de La Battaglia del 1908, e se questi coincidevano con i militanti.
Senza azzardarci nell’affermare una tesi ben determinata, dagli articoli de La Battaglia, in particolare dalle corrispondenze, ci rendiamo conto che buona parte dei militanti più attivi faceva parte del ceto artigianale, in un paese dove, così come nella Toscana o nella Romagna della fine del secolo XIX, è ancora labile il confine tra operaio e artigiano, spesso confondendosi il primo e il secondo in uno stesso ceto. Probabilmente è questa la continuità che si nota con la società italiana che ci spiega in parte il perchè di una tale diffusione del movimento all’interno della colonia italiana: come in alcune aree, (le Marche settentrionali, buona parte delle province della Toscana), che vennero emarginate dal decollo industriale di fine secolo, anche l’economia, soprattutto urbana, dello stato di São Paulo, presentò dei caratteri affatto dissimili. Innanzitutto, non è un caso che dei quattro principali redattori anarchici che abbiamo studiato, tre (Cerchiai, Ristori e Bandoni) fossero toscani, e il quarto, Damiani, fosse romano. Quindi, se concentriamo l’attenzione sui militanti, abbandonando per un momento il campo più ampio costituito dai lettori de La Battaglia o degli altri periodici trattati nella tesi, da un’analisi del Casellario Politico Centrale tenuto dalla polizia italiana, si nota, per quei pochi di cui si è trovata traccia, che la regione di provenienza è l’Italia centrale, e che il ceto cui appartengono è quello artigiano. Su 18 anarchici residenti in Brasile schedati dalla polizia italiana (ecludendo i quattro redattori de La Battaglia), ben 13 provenivano dalla Toscana, e quattro rispettivamente dalla Romagna, dall’Emilia, Marche e Umbria, e soltanto uno dal meridione, dalla Calabria per l’esattezza; tutti erano artigiani, o operai specializzati, e la maggior parte di essi riuscì a mettere su delle officine in proprio.

Se restringiamo la nostra analisi ai soli corrispondenti de La Battaglia, prendendo in considerazione i 54 del 1907, dobbiamo dire che solo 4 di essi vennero inseriti nel Casellario Politico Centrale: da una parte ciò ci induce a pensare che i restanti 50 non erano già anarchici in Italia, o comunque non erano così importanti da attirare le mira della polizia, e si può quindi azzardare che fossero entrati nel movimento solo a seguito della propaganda del Ristori nell’interno dello stato di São Paulo. Tuttavia, tali ultime considerazioni lasciano il tempo che trovano: restano dei suggerimenti, in quanto l’assenza delle fonti al proposito ci costringe ad un prudente silenzio.
D’altro canto, non ci sembra azzardato sostenere che tale radicamento temporaneo e il susseguente declino dall’anarchismo all’interno della colonia italiana paulista dipese in buona parte dalla provenienza dal ceto artigiano di molti dei suoi componenti. Sia i vari periodici studiati, sia le testimonaianze della polizia italiana, o delle autorità diplomatiche che tenevano sotto controllo i nuclei anarchici italiani che operavano in São Paulo, ce lo ricordano continuamente. Le stesse considerazioni possono essere trasferite ai lettori, anche se in questo caso si potrebbe aggiungere che in alcuni momenti di vita de La Battaglia la tiratura del settimanale venne assorbita, soprattutto nell’interno, anche da chi militante non era, o non lo era più: e questo perchè la campagna anticlericale svolta tra il 1910 e il 1911 rispondeva in effetti a delle esigenze che potevano essere soddisfatte da quell’unico giornale italiano anticlericale, visto che l’Avanti! era naufragato, mentre periodici repubblicani non ne esistevano, e quelli laici, a parte Fanfulla, sostennero la campagna senza lasciarsi coinvolgere più di tanto.

Vedremo infatti come Damiani a partire dal 1912, di fronte all’assottigliamento delle fila del movimento, cominci a criticare la strategia, seguita negli anni precedenti, di concentrarsi sull’anticlericalismo, e inoltre il falso anarchismo di molti compagni che al momento della guerra di Libia si scoprono improvvisamente patrioti e nazionalisti solo per difendere i propri interessi economici nelle varie comunità. A proposito di quest’ultime affermazioni vorrei sottolineare come il fenomeno venne osservato anche da un commissario italiano di pubblica sicurezza in servizio presso il consolato di São Paulo, quando, in una relazione del 1912 su Silvio Aldinucci, corrispondente de La Battaglia da Cravinhos, nota la difficoltà di questo nel diffondere le idee libertarie proprio a causa di “un rinnovato sentimento di patriottismo per le vicende della guerra d’Africa”.
Non poca influenza ebbe, quindi, il discreto grado di mobilità sociale all’interno della società brasiliana nel caso di quegli anarchici che, allargata la propria officina e dopo essere riusciti ad inserirsi nel mercato, (soprattutto a partire dal 1910) si distaccarono dal movimento. Tuttavia, questa non fu la norma, se pensiamo al nostro Aldinucci, per esempio, che pur possedendo una calzoleria ed una fabbrica di paste alimentari, solo negli anni ‘20 cessò di professare idee libertarie.

Altro discorso dovrebbe essere fatto per gli anarcosindacalisti, che però non sono oggetto del presente lavoro, e che entrano in contatto con i periodici che abbiamo studiato solo in alcuni momenti della loro attività politica. Comunque, la diffidenza nutrita da Ristori e compagni nei confronti dei sindacati da una parte ribadisce l’appartenenza della maggior parte dei simpatizzanti anarchici italiani al ceto artigiano, e quindi una sorta di incomprensione nei confronti di quell’insieme di lavoratori delle manifatture che costituiscono una nuova classe in formazione, quella operaia che in São Paulo lavora nei grandi calzaturifici, o nelle fabbriche tessili, lavoratori che pur lavorando negli stessi settori, sono ormai qualcosa d’altro da quegli artigiani emigrati dall’Italia centrale. Dall’altra parte, però, in molti interventi i redattori de La Battaglia e degli altri periodici affermano che le difficoltà del movimento anarchico in São Paulo sono dovute proprio allo stato ancora semi-artigianale dell’industria locale, che non permette la crescita, anche in senso quantitativo, della classe proletaria, vero bacino di accoglienza della propaganda libertaria. Orfani del proletariato, ma allo stesso tempo risolutamente contro la lotta sindacale delle neonate leghe pauliste, a meno che questa non si trasformi, nel suo momento culminante, lo sciopero generale, in insurrezione, e quindi in rivoluzione, gli anarchici italiani in Brasile ritorneranno ad essere, eccettuando il momento dello sciopero generale del 1917, quel gruppo sparuto dell’ultimo decennio del XX secolo, isola politica, ma anche culturale, di un altro paese.

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