Pierre-Joseph Proudhon – La capacità politica della classe operaia

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La vita sociale odierna è dominata dalla suggestione della prossima Dittatura del proletariato, che, per la forza del mito, diviene di per sè causa di acceleramento nel processo storico rivoluzionario. In essa non credono soltanto i proletari dei grandi centri urbani, che tentano gli esperimenti della presa di possesso delle fabbriche; ma sperano tutti i delusi, tutti i malcontenti.
Il disagio sociale, susseguito alla guerra e determinato da cause profonde e complesse, viene attribuito con eccessivo semplicismo all’ordinamento borghese della proprietà ; si spera perciò che, travolgendo questo, si riuscirà ad eliminarlo. La guerra poi, diffondendo nelle campagne e nei centri minori una maggiore agiatezza fra contadini, affittuari, mercanti, e, col lungo periodo del servizio militare, dirozzando le folle rurali, ha posto questi ceti e queste folle in posizione da desiderare una maggiore partecipazione ai benefici della vita sociale e ai diritti politici, incompatibile con l’assetto dei vecchi istituti; e ha anche così portato nuovo lievito rivoluzionario.
Speranze e illusioni si volgono dunque verso il proletariato urbano, nella fiducia che abbia la forza e la capacità di operare il rivolgimento e di instaurare il nuovo ordinamento, che a tutti arrechi maggior benessere, che per tutti elimini ingiustizie e privilegi.
In questa attesa quasi messianica dovrebbe riu scire interessante conoscere come Proudhon si ponesse il problema della capacità delle classi operaie a compiere il rivolgimento sociale, e come lo risolvesse in un suo libro di battaglia, che, ultimato solo pochi giorni prima della morte, costituisce il suo testamento politico-sociale, ed esprime sinteticamente il suo pensiero.
Il pensiero di Proudhon in Francia informa di sè, ancora oggi, il movimento operaio, tanto da rendere difficile una comprensione di esso, se non si richia mino i presupposti proudhoniani ; ma in Italia è poco conosciuto. I borghesi e i socialisti considerano Prou -dhon vagamente come un precursore del socialismo, che ha definito la proprietà un furto, e in genere non vanno oltre queste due nozioni, sempliciste ed erronee. Le persone colte, curiose delle questioni po litiche, non abbondano, e pochi osano affrontare la non indifferente mole degli scritti suoi.
Proudhon è prolisso : si perde in divagazioni, ama far pompa di una cultura filosofica ed economica non bene assimilata, giunge anche a dilettarsi, nei suoi scritti, di ricerche etimologiche, risolventisi spesso in veri giuochi di parola, come quello del Paracleto. Questi difetti esteriori evidenti gli hanno alienato lettori e studiosi, convalidando l’opinione che egli fosse soltanto un ingenuo apostolo del socialismo utopista, che si illudesse di rigenerare il mondo con qualche specifico, innocuo in apparenza e gravido di conseguenze straordinarie.
La sua figura di socialista è oscurata da quella ferrea di Carlo Marx, che stritolò Proudhon nella sua famosa Miseria della filosofia, ove, con ironia atroce, è detto che Proudhon era un grande economista francese per i filosofi tedeschi, e un gran filosofo tedesco per gli economisti francesi• Anche in una recentissima pubblicazione si è ripetuto che l’agitatore francese era un arcaico piccolo borghese, superato dallo sviluppo della grande industria accentratrice, capace di operare i miracoli di maggior produzione che la piccola industria non può nemmeno concepire.
Ben pochi cosi sono andati a ricercare, sotto l’ombra e la caligine, il pensiero istintivo e profondo spesso formulato con commossa eloquenza da questo meraviglioso agitatore di idee, che fu operaio e scrittore, e non posò mai nella sua battaglia socialista.
Il marxismo fu anzitutto un pensiero urbano e distruttore. Marx vide che il fenomeno caratteristico dell’epoca borghese era l’officina, e che la forza rivoluzionaria era costituita dal proletariato delVoffi-cina. Nel realismo di Marx è la garanzia della continuità spirituale del suo pensiero nella società odierna. La borghesia era una necessità storica; ma essa generava la forza trasformatrice della sua società, la forza che, pur essendo numericamente minoranza, avrebbe travolto la società borghese, e dato impronta al nuovo ordine sociale.
Nella formula « la borghesia ha creato i suoi becchini » è il nucleo fondamentalmente vero del pensiero marxista, che esercita un’influenza decisiva nella vita sociale, in quanto si immedesima con una forza, che si svolge e si sviluppa secondo le ferree norme di una sua logica interiore e reale. L’esperimento russo conferma integralmente Vipotesi marxista: il vecchio regime russo è stato rovesciato dal proletariato urbano, con le sue forze e le sue idee; quel totale rovesciamento, che i partiti socialdemocratici con Kerenscky non avevano osato compiere, lo compirono i bolscevichi.
Proudhon è invece un rurale, più complesso, più riflessivo, preoccupato non tanto della caduta della impalcatura borghese, quanto della costruzione del nuovo ordinamento sociale.
Egli è, come Marx e più di Marx, fieramente avverso alla borghesia. Mentre nelle pagine di Marx vibra una nota di entusiasmo per ropera grande che il nemico borghese compie; mentre in Marx tra i sarcasmi violenti la apologia prorompe quasi irresistibile per Vaudacia del capitano d’industria, conquistatore di mercati e di processi tecnici più perfetti, Proudhon non rende il saluto delle armi al nemico. La grande banca, la grande industria, la grande proprietà sono il nemico temuto ma non ammirato, lo speculatore in agguato, organizzatore di un parassitismo, che preleva avidamente la sua ricchezza dalla ricchezza collettiva. Proudhon non si eleva alla sintesi, ma scende air analisi del sistema economico borghese, e denuncia le intime contraddizioni fra la realtà e la idea che della Giustizia, della solidarietà sociale egli aveva; la sua analisi perde così ogni vigorìa, si smarrisce nei particolari, non riesce a colpire il regime borghese con una freccia simile a quella del plusvalore, dimostrata economicamente falsa, ma rimasta, secondo l’espressione crociana, sul dosso della borghesia a far sanguinare perennemente la ferita inferta dall’ipotesi marxista.
Al proletariato Proudhon non chiede di sapere svellere dalle sue fondamenta il sistema borghese ma di avere un’idea sua e di saperla realizzare, affrontando giorno per giorno i problemi concreti, e dando ad essi una soluzione conforme alle esigenze reali e alla idea nuova operaia: e questi problemi egli indica a volta a volta nel campo del credito, dello scambio, dell’ istruzione popolare, dei trasporti, del-l’associazione, prospettando per ognuno soluzioni, ora ingenue ora geniali, guidato sempre da un altissimo senso della moralità, da un religioso rispetto all’idea della Giustizia e del Diritto, da una preoccupazione costante di salvaguardare la personalità umana nella sua indipendenza economica e spirituale.
In Proudhon non possiamo ricercare una formula, un mito appassionante ; ma una serie di preziose indicazioni pratiche, di constatazioni psicologiche, di suggerimenti da tener presenti per la ricostruzione : e anche in questo è rurale.
Il contadino, che sa come e quanto la preparazione della semina influisca sul lontano raccolto; il contadino, cui la vita del campo insegna che non si miete se non si è seminato, è portato a una maggior riflessività nella vita sociale, che appare a lui molto più seria di quello che non sembri al cittadino, abituato a trovarsi sotto mano tutti i prodotti e tutti i beni, da cui lo separa solo una questione di denaro. Per il cittadino il problema da risolvere è quello di assicurarsi maggior denaro; per il contadino quello di assicurarsi un maggiore e migliore prodotte», sul quale influiscono mille cause svariate, dalla fertilità dei terreni, accumulata dal lavoro secolare, al clima, indipendente da ogni volontà umana.
Il pensiero urbano è più atto a formulare un’idea direttiva, semplice e tagliente come una spada; il pensiero rurale è per necessità più frammentario, più complicato, più difficile a cogliere ; invece della formula mitica e avvincente, dà indicazioni varie, suggerimenti. Il pensiero urbano tende all’ astrattismo semplificatore e materialista : il pensiero rurale al concretismo, con impronta quasi religiosa.
Nell’ora del trionfo del marxismo, richiamare i lavoratori a ripensare Proudhon e a rielaborare i dati della sua esperienza, non è forse del tutto inutile. Per essi principalmente pubblico una edizione italiana, ridotta ma fedele, del libro più significativo di Proudhon, nella speranza che le sue proccupazioni di solidarietà, di giustizia, di realizzazioni quotidiane si trasfondano negli animi di alcuni, e concorrano a immunizzarli dalla demagogia, peste della democrazia e a irrobustire la loro volontà rivoluzionaria.
Oltre i lavoratori del braccio, c’è poi un medio ceto operoso, che sta cercando faticosamente un suo orientamento politico, e non trova ancora espressa compiutamente la sua tendenza. Questo medio ceto non vuole rafforzare e consolidare l’ordinamento esistente, e d’altro canto, se pur piega verso il socialismo turatiano, non accetta l’estremismo, detto bolscevico-Ripensando Proudhon, questo medio ceto può trovare la espressione delle sue aspirazioni nel campo politico e nel campo sociale, e riuscire così a formularsi chiaramente quelle direttive di un rinnovamento, che rompa ogni rapporto col regime esistente e avvii a un nuovo ordinamento, senza parentesi di sanguinose distruzioni.
Proudhon ebbe costantemente il concetto della necessità di un’alleanza fra classi operaie e medio ceto, e ritenne che in questa alleanza fosse la via di salvezza per tutta la Francia. Il suo ideale in sostanza era quello di una società, in cui prevalentemente il possesso degli strumenti di lavoro — la terra in prima linea — appartenesse al lavoratore singolo ; da questo possesso degli strumenti del lavoro voleva venisse per tutti autonomia libertà e indipendenza. Il processo produttivo doveva essere lasciato ali individuo libero ed autonomo, riservando alle associazioni operaie quei servigi e quelle imprese in cui l’ individuo da solo non potesse riuscire. Gli individui, operanti isolatamente e indipendentemente, dovevano essere collegati l’uri l’altro da un vincolo di reciprocanza, da un impegno di mutualità ; le associazioni, anziché sovrapporsi alla collettività con la politica egoistica dei ceti, dovevano subordinare i loro interessi a quelli collettivi. Associazioni e individui, lasciati liberi nel processo produttivo per lo stimolo alla produzione intensa e per l’impronta personale da dare al prodotto, nel sistema degli scambi, dei trasporti, del credito dovevano trovare agevolazioni, e non ostacoli di intermediara, necessariamente parassiti.
Questa visione sociale era completata dalla visione di un ordinamento politico federalista, in cui i gruppi locali non fossero oppressi dall’autoritarismo e dall’unitarismo statale. Il mutualismo economico, o sentimento della solidarietà umana, trovava il suo coronamento logico nel federalismo politico.
Il pensiero proudhoniano si riallaccia così alle tradizioni del pensiero italiano di Mazzini nel campo sociale, di Cattaneo e Ferrari nel campo politico, e trova il suo riscontro in alcuni particolari atteggiamenti di gruppi e di uomini politici, fra cui merita speciale menzione l’on. Salvemini, che, movendo in guerra contro la burocrazia, riaffaccia nettamente il postulato federalista, e che è contemporaneamente il più fiero oppositore dell’ industria siderurgica — tipica per il suo accentramento e per i suoi vincoli statali — , con una coincidenza che non è meramente casuale. Queste correnti antistatali, federaliste e antiplutocratiche si disperdono ora, in quanto permangono inquadrate in movimenti antitetici, ma potrebbero trovare un loro punto di confluenza in una geniale ripresa del pensiero di Proudhon, che come ebbe vivo il senso della questione sociale così sentì il problema politico, e dichiarò l’unitarismo statale radicalmente incompatibile con ogni libertà, con ogni progresso, con ogni effettiva emancipazione proletaria.
Tale ripensamento sarà tanto più agevole quanto più divengano noti i risultati dell’esperimento russo, ove sembra che in sostanza i contadini si siano emancipati dalla città, e abbiano di fatto attuato un loro regime di larga indipendenza locale basato sulla proprietà individuale delle terre. Ristabiliti gli scambii economici e intellettuali con la Russia, è probabile si scorga che il risultato del crollo dell’autocrazia czarista e della feudalità fondiaria e capitalista ha avvicinato, dopo prove sanguinose, il regime sociale a un tipo, non mollo dissimile da quello vagheggiato da Proudhon. Lo studio di questo pensatore diverrà più suggestivo, e potrà esercitare maggiore influenza sugli orientamenti del pensiero moderno, e in un certo senso sugli stessi atteggiamenti pratici dei partiti e dei gruppi sociali.
L’Italia è una nazione eminentemente rurale; e la campagna non ha, non può avere, come suo mito e come suo ideale, un comunismo autoritario. Oggi possono esercitare, sul partito socialista ufficiale e sulle organizzazioni operaie ad esso aderenti, un grande influsso i forti nuclei del proletariato urbano, e le organizzazioni dei lavoratori addetti a pubblici servizi, a stabilimenti statali, a industrie viventi per il protezionismo statale; ma all’ indomani di un evento rivoluzionario questo influsso sparirebbe, e la grande massa lavoratrice rurale si sottrarrebbe al dominio autoritario delle città e dei ceti operai privilegiati, facendo prevalere i suoi interessi, e, con essi, le sue idee le sue forme politiche.
Lo Stato accentratore è organo di autocrazia e di parassitismo ; la lotta contro l’accentramento statale e contro la uniformità legislativa risponde alle esigenze di questo momento tipicamente rivoluzionario. Se in una concezione organica alla lotta antistatale si colleghi la lotta contro la plutocrazia bancaria industriale e commerciale (che net suo ordinamento riproduce le forme parassitarie statali), e si affermi che si vuole ridare ‘ai Comuni la sovranità per risolvere località per località, nel modo migliore e più economico, l’assillante problema sociale, questa concezione può essere strumento di efficace battaglia, come espressione degli interessi rurali e di uriti tendenza provinciale, che sinora non ha trovato il suo mito e il suo grido di battaglia.
Pasqua del 1920.
Giulio Pierangeli

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