Paolo Valera – L’insurrezione chartista in Inghilterra

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STORIA DI DOMANI

Rispetto alle nazioni già evolute nel campo dell’industrialismo e della civiltà, l’Italia appare immatura di cinquant’anni. Economicamente, moralmente, politicamente noi traversiamo ora, con poche e non essenziali differenze, le stesse vicende, persecuzioni, incertezze e dolori, che la Francia, la Germania, il Belgio, l’Inghilterra hanno superate da ben mezzo secolo. Di più moderno, di similare ed anche di superiore a ciò che oggi avviene in quelle nazioni, noi non abbiamo che la corruttela profonda e precoce delle alte classi parassite.

La Francia ha per tutte le sue vene un sangue vigoroso, che elimina prontamente anche le peggiori infezioni: e s’è visto col Panama. L’Inghilterra ha una borghesia potente, ma intelligente e rispettabile, che rifugge dalle violenze e consente con presaga saggezza al moto popolare; il quale perciò non irrompe, ma procede per gradi e prepara senza scoppi e quasi senza urti nuove forme sociali che, involte nella crisalide, tostochè eromperanno inattese alla luce faranno la meraviglia dell’Europa. La borghesia tedesca combatte fieramente i suoi nemici capitali: la Junkerschaft campagnuola, che or sì or no e sempre meno fida si stringe attorno all’aquila imperiale, e le schiere socialiste sempre più coscienti e più fitte; ma li combatte lealmente, senza ipocrisie, e, per accorciare il passo al socialismo trionfante, prende da esso quanto più può, che si concilii anche per poco col suo interesse e col suo privilegio, e ne fa del socialismo di Stato, non di pompa ma di sostanza, dal quale il socialismo democratico trae qualche succo: il recente Congresso degli infortunii in Milano ci ha mostrato i campioni di questa borghesia tedesca illuminata, preveggente e tutta d’un pezzo, che sa quel che vuole e dove arriva; spettacolo nobile e grandioso in paragone al cinismo gallico degli Yves Guyot e all’inconsistente eclettismo degli italiani, rappresentato a meraviglia dalla frondosa vuotaggine di Luigi Luzzatti. In Belgio il suffragio universale liberatore germina e matura all’ombra tutrice della libertà: una pianta che ivi trova ancora culto leggendario e che, all’occasione, quel forte popolo saprebbe inaffiare col proprio sangue. Financo nella monarchia apostolica, nel variopinto e mal connesso impero degli Absburgo, a traverso le contese religiose, nazionali e di razza, sentite una nuova onda di vita popolare che sale poderosa e prelude a non lontane aurore redentrici.

Nulla di tutto questo fra noi. Bizzarro impasto di medioevo mal morto e di modernità mal viva, il nostro paese soffre al tempo stesso dei mali delle età sepolte e di quelli delle età da venire. L’angheria e l’usura, fiorenti sul latifondo siciliano a coltura estensiva, si sposano coll’intensivo sfruttamento del campo e dell’uomo nelle pingui ed omicide pianure dell’Alta Italia; in mezzo sospira la mezzadria, che viene, più o meno adulterata, dall’età romana, e questo passato remoto sembra ai fracidi occhi dei nostri statisti un desiderabile avvenire; forse lo è infatti, sebbene non possa avere che la vita d’un giorno. Del resto, tisica l’industria, tisica la coltura, tisica la moralità, tisica persino la rivolta. Dal forzato e antifisiologico accoppiamento del decrepito mezzodì coll’acerbo settentrione nascono i lerci e purulenti mostri dell’attuale politica: la prostituzione universale, il fallimento latente, il domicilio coatto come arma di partito e il governo perpetuamente in mano ai peggiori deplorati.

Il quarantotto italiano, compiuto poi nel 60, non fu neppure politico, fu strettamente nazionale e meschinamente unitario e dinastico. L’Italia attende ancora il suo quarantotto politico, che le dia le condizioni essenziali della vita moderna e le permetta di studiare il passo sulla via già percorsa dalle nazioni sorelle.

E in queste condizioni, oltremodo singolari e difficili, che è sorto, per complesse necessità locali e per riverbero da oltr’alpe, e che deve fatalmente svolgersi e lottare il giovane partito socialista italiano.

Pubblicando l’interessantissimo studio che, sul movimento chartista, ci inviò il nostro amico Paolo Valera da Londra — dove, son già dieci anni, le intemperanti irrequietezze dell’ingegno ribelle lo spinsero a maturare se stesso e a raccogliere solido tesoro di preziose esperienze — noi squaderniamo al lettore un brano di storia inglese vecchio di mezzo secolo che, varcando la Manica e il Gottardo, si ringiovanisce, diventa quasi dell’attualità.

Più ancora: diventa forse, a un dipresso, la storia nostra di domani.

Filippo Turati.

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